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Isolamento termico: materiali a confronto

3 juillet 2026 20 min de lecture Mis a jour 3 juillet 2026

In breve

  • L’isolamento termico di una casa può ridurre i consumi di riscaldamento e raffrescamento anche del 30–50% se progettato bene, con un impatto diretto sulla bolletta e sul comfort.
  • I materiali isolanti si dividono in grandi famiglie: naturali, minerali, sintetici, compositi e a basso spessore; ognuna ha punti forti e limiti da conoscere.
  • Non esiste un “migliore in assoluto”: per scegliere servono dati su conduttività termica, spessore disponibile, rischio condensa, fuoco, umidità e budget.
  • I pannelli isolanti naturali (sughero, fibra di legno, cellulosa) sono sostenibili e traspiranti, ma spesso più costosi dei materiali sintetici.
  • Lana di roccia e lana di vetro offrono buon isolamento termico e acustico e un’ottima resistenza al fuoco, motivo per cui sono molto usate in facciate e pareti interne.
  • EPS, XPS e schiuma isolante poliuretanica garantiscono alte prestazioni con poco spessore, ma pongono problemi di riciclo e traspirazione delle strutture.
  • I materiali ultraperformanti a basso spessore, a base di aerogel, sono quasi sempre la scelta per vincoli estremi di spazio, ma hanno costi al metro quadrato molto elevati.
  • Per ogni intervento di isolamento casa conviene sempre confrontare almeno due soluzioni con i valori di λ, spessore, costo e resa stimata in bolletta.

Isolamento termico: perché i materiali contano più dello slogan

L’isolamento termico di un edificio non è solo una voce in più nel capitolato, ma uno degli interventi che più influenzano il comfort e la bolletta per decenni. Quando si parla di isolamento casa, la scelta dei materiali è spesso guidata dal prezzo al metro quadrato o dal nome più noto, mentre dovrebbero venire prima le prestazioni e la compatibilità con la struttura esistente.

In Italia, su un’abitazione riscaldata a gas metano, un isolamento ben dimensionato di pareti e tetto può ridurre i consumi annui del 30–40%, traducendosi in centinaia di euro all’anno, in base alla zona climatica. Se il fabbisogno scende, anche gli impianti possono essere più compatti, con caldaie o pompe di calore meno “sovradimensionate” e più efficienti in esercizio.

Il cuore tecnico del confronto tra materiali isolanti è la conduttività termica λ, espressa in W/mK. Più il valore è basso, migliore è la capacità di bloccare il flusso di calore. Un isolante con λ = 0,036 W/mK, come un buon EPS, richiede più spessore per ottenere la stessa prestazione di un materiale con λ = 0,025 W/mK, ma va inserito nel quadro completo: costo, comportamento al fuoco, umidità, acustica.

Un altro parametro spesso ignorato è la densità. Un pannello leggerissimo può isolare bene in inverno, ma offrire poca inerzia termica d’estate, lasciando passare il calore nelle ore di punta. In zone come la Pianura Padana o il Centro-Sud, dove le ondate di calore estivo sono sempre più lunghe, ha senso valutare isolanti con buona capacità di accumulo, come fibra di legno o sughero, soprattutto nei tetti inclinati esposti al sole.

Le normative energetiche introdotte dopo il 2015 – tra cui il cosiddetto Decreto Requisiti Minimi – hanno imposto limiti severi alla trasmittanza delle strutture opache. Per rispettarli non basta “aggiungere un po’ di cappotto”, serve un progetto che metta in fila strati, spessori e giunti per evitare ponti termici e condense interstiziali. La tabella di confronto dei materiali aiuta, ma non sostituisce una verifica termigrometrica fatta con criterio.

Chi valuta l’isolamento solo in termini di risparmio energetico a breve può restare deluso. Un cappotto in EPS da 10 cm su una villetta in zona climatica E può far risparmiare, molto alla grossa, 600–900 m³ di gas all’anno, ma l’investimento va rapportato alla durata prevista, che per i sistemi ben posati supera tranquillamente i 30 anni. La scelta del materiale condiziona questa durata, soprattutto in facciata dove pioggia, irraggiamento e dilatazioni mettono alla prova pannelli e rasature.

In ogni discussione sull’isolamento termico torna sempre lo stesso dubbio: naturale, minerale o sintetico? Per orientarsi conviene suddividere i materiali in famiglie e leggere ogni opzione alla luce di tre domande pratiche: quanto spazio c’è, che clima ha la zona e quanto conta la sostenibilità nella scelta. A queste domande rispondono le sezioni che seguono, passando dai materiali naturali a quelli minerali, sintetici e nanotecnologici.

Materiali isolanti naturali: quando l’ecologia incontra il comfort

I materiali naturali per isolamento termico sono la risposta di chi vuole un involucro efficiente senza rinunciare alla traspirabilità e a un ciclo di vita a basso impatto. Sughero, fibra di legno, cellulosa in fiocchi, canapa e altre fibre vegetali hanno in comune una discreta conduttività termica, una buona capacità di gestire il vapore e prestazioni acustiche interessanti.

I pannelli isolanti in sughero derivano dalla corteccia della quercia da sughero, trasformata in blocchi e pannelli senza uso massiccio di collanti sintetici. La λ tipica del sughero espanso si colloca attorno a 0,040–0,045 W/mK, quindi non è tra i materiali più performanti in assoluto, ma compensa con stabilità, resistenza all’umidità e ottimo comportamento acustico. Un cappotto esterno in sughero da 10–12 cm può durare decenni, con una manutenzione limitata alle finiture superficiali.

La fibra di legno è molto utilizzata nelle coperture e nelle pareti in legno lamellare, ma funziona bene anche su muratura tradizionale. A parità di spessore isola leggermente meno di EPS ad alte prestazioni (λ intorno a 0,043 W/mK), tuttavia offre un’elevata capacità di accumulo termico. In estate questo si traduce in un maggiore sfasamento dell’onda di calore: il picco esterno arriva attenuato e in ritardo all’interno, migliorando il comfort senza spingere il condizionatore al massimo.

La fibra di cellulosa, ricavata dal riciclo della carta, è spesso insufflata nelle intercapedini esistenti. Con una λ intorno a 0,039–0,041 W/mK e una densità che può superare i 50–60 kg/m³, permette di migliorare l’isolamento di pareti e solai senza demolizioni pesanti. Viene trattata con sali a base di boro per aumentare la resistenza al fuoco e agli insetti. Un intervento di insufflaggio su una parete a cassa vuota di una villetta può essere completato in una giornata, con un impatto minimo sulla vita in casa.

Accanto a questi materiali più noti, il mercato propone soluzioni in canapa, juta, lino, mais, fibre di cocco, canne palustri e miscele varie. La canapa, in particolare, sta trovando spazio sia come pannello sia come conglomerato canapa-calce, grazie alla combinazione di isolamento e capacità igroscopica. Queste soluzioni permettono a pareti storiche in pietra o mattoni pieni di continuare a “respirare”, riducendo il rischio di muffe collegate a interventi troppo spinti con materiali chiusi al vapore.

La scelta di un isolante naturale comporta però alcune attenzioni. I costi al metro quadrato sono spesso superiori ai materiali sintetici, soprattutto per spessori importanti. Inoltre, nella posa è fondamentale proteggere il materiale dall’acqua liquida: infiltrazioni e umidità stagnante possono comprometterne le caratteristiche in tempi brevi. Per questo, nei dettagli di attacco a terra, davanzali e copertine servono profili e nastri pensati per impedire risalite capillari e ristagni.

Nel confronto con altre famiglie, questi materiali giocano la carta della sostenibilità e del comfort estivo, ma non sempre permettono di raggiungere le trasmittanze più spinte con spessori ridotti. In contesti con vincoli di spazio ridotti o in ristrutturazioni interne dove ogni centimetro conta, possono risultare meno adatti. Nelle case con murature massicce e buona inerzia, invece, l’abbinamento con pannelli naturali offre un equilibrio interessante tra efficienza energetica e salubrità.

Come scegliere tra sughero, fibra di legno e cellulosa

Per chi sta valutando materiali naturali per l’isolamento pareti o del tetto, una scelta pratica può partire da tre scenari. In una facciata esterna esposta alla pioggia, il sughero espanso ha un comportamento particolarmente robusto, anche in zoccolatura se correttamente protetto. Nei tetti inclinati e nei sottotetti abitabili, la fibra di legno ad alta densità migliora il comfort estivo e lavora bene con i pacchetti traspiranti.

Nelle ristrutturazioni con pareti a cassa vuota, la cellulosa insufflata è spesso l’intervento meno invasivo. L’esecuzione richiede fori di piccolo diametro, poi stuccati, e consente di intervenire su grandi superfici in poco tempo. Per una parete con intercapedine da 8–10 cm si può ottenere una riduzione della trasmittanza quasi del 50%, senza occupare spazio interno e senza modificare i prospetti esterni.

Riassumendo, i materiali naturali sono la prima opzione quando l’obiettivo è combinare isolamento, gestione dell’umidità e impatto ambientale contenuto, soprattutto su edifici residenziali in muratura o legno. Quando invece i vincoli di spessore o di costo diventano stringenti, è il momento di guardare alle famiglie minerali e sintetiche.

Isolanti minerali e sintetici: lana di vetro, EPS, XPS e schiume a confronto

I materiali di origine minerale e sintetica dominano ancora il mercato italiano dell’isolamento. La ragione è semplice: hanno prezzi competitivi, prestazioni prevedibili e una filiera consolidata. Nella famiglia dei minerali rientrano lana di vetro, lana di roccia, vetro cellulare, perlite e vermiculite espanse; tra i sintetici si trovano EPS, XPS, poliuretano e varie forme di schiuma isolante espansa in opera.

La lana di vetro e la lana di roccia sono forse i nomi più familiari. Entrambe offrono una combinazione interessante di isolamento termico (λ tipicamente tra 0,034 e 0,040 W/mK), assorbimento acustico e resistenza al fuoco. La lana di roccia di densità medio-alta viene spesso usata nei sistemi a cappotto su edifici multipiano, proprio per il suo comportamento in caso di incendio. La lana di vetro trova invece largo impiego nei controsoffitti e nelle partizioni interne leggere.

Nel gruppo sintetico, l’EPS (polistirene espanso) è il materiale più diffuso nei cappotti esterni. Un EPS “100” con λ intorno a 0,036 W/mK consente di portare una parete in laterizio forato dagli anni ’80 ai limiti attuali con 10–12 cm di spessore. In molte ristrutturazioni si usano pannelli da 14–16 cm per migliorare il comportamento energetico oltre i minimi normativi. L’XPS (polistirene estruso) ha λ simile ma maggiore resistenza alla compressione e minore assorbimento d’acqua, ed è quindi preferito per zoccolature, ponti termici di balconi e solai controterra.

Le schiume poliuretaniche, in pannelli o spruzzate, raggiungono valori di λ anche inferiori a 0,026–0,028 W/mK. Questo significa che, a parità di prestazione, possono lavorare con spessori ridotti rispetto ad altri isolanti. In un tetto piano dove lo spessore disponibile è limitato da parapetti e scarichi, 10 cm di poliuretano possono sostituire 14–16 cm di altri materiali. L’altra faccia della medaglia è l’origine petrolchimica, la difficoltà di riciclo e una traspirabilità praticamente nulla.

Per sintetizzare il confronto tra alcune delle soluzioni più comuni, può aiutare una tabella semplificata. I valori riportati sono indicativi e vanno sempre verificati sulle schede tecniche del produttore, ma danno un ordine di grandezza utile quando si ricevono i primi preventivi dai posatori.

Materiale λ indicativa (W/mK) Spessore tipico per parete (cm) Comportamento al fuoco Traspirabilità Note d’uso principali
Lana di vetro 0,034–0,040 10–14 Ottimo (incombustibile) Buona Controsoffitti, isolamento pareti interne, facciate ventilate
Lana di roccia 0,035–0,039 10–16 Molto buono (classe A) Buona Cappotto esterno su edifici multipiano, tagliafuoco, isolamento acustico
EPS (polistirene espanso) 0,035–0,038 10–16 Da moderato a scarso (classe E) Bassa Cappotto esterno, zoccolature protette, pareti su locali riscaldati
XPS (polistirene estruso) 0,034–0,038 8–12 Da moderato a scarso (classe E) Molto bassa Sottopavimenti, tetti piani, zoccolature esposte a umidità
Pannelli in poliuretano 0,022–0,028 6–10 Variabile (da E a B-s2,d0) Molto bassa Tetti piani, pareti con forte vincolo di spessore, coibentazioni industriali

Oltre a questi materiali “puri”, esistono prodotti compositi che combinano strati di gomma, EPS, lane minerali e membrane bituminose. L’obiettivo è sfruttare i punti forti di ciascuno, ad esempio unendo isolamento acustico e resistenza al calpestio nei solai tra appartamenti. Questi sistemi sono meno standardizzati e spesso legati a marchi specifici, quindi è ancora più importante leggere dati prestazionali e certificazioni.

In ristrutturazione interna, le schiume isolanti spruzzate possono sembrare la scorciatoia ideale: nessun taglio di pannelli, nessun ponte termico visibile, struttura “avvolta” dal materiale. Funzionano se progettate e posate con cura, ma senza un controllo dell’umidità interna ci si può ritrovare con condense nascoste, soprattutto su murature fredde. Un isolamento interno aggressivo su una facciata nord in mattoni pieni, senza verifica del punto di rugiada, è una ricetta quasi sicura per la muffa.

Il messaggio di fondo è semplice: lana di vetro, lana di roccia, EPS, XPS e poliuretano sono strumenti utili, non soluzioni magiche. Il loro impiego corretto dipende dalla stratigrafia esistente, dal clima e dall’uso dei locali. Quando si mette a confronto un preventivo con lana minerale e uno con EPS, non ha senso fermarsi alla differenza di prezzo al metro quadrato; occorre fare due conti anche su acustica, fuoco e durata prevista.

Isolamento pareti interne ed esterne: abbinare materiali e stratigrafie

Per le pareti esterne, un cappotto in EPS o lana di roccia resta la soluzione più frequente. L’EPS è dominante dove il budget è limitato e la normativa antincendio è meno stringente; la lana di roccia prende campo in edifici alti, condomìni e strutture ad alta affluenza. Per le pareti interne, dove serve spesso anche isolamento acustico, l’accoppiata cartongesso e lana di vetro o roccia è ancora oggi difficile da battere, sia per costi sia per prestazioni.

Nelle ristrutturazioni con vincoli architettonici, come centri storici o facciate vincolate, l’isolamento interno rimane l’unica via. Qui i materiali sintetici ad alte prestazioni in poco spessore sono molto tentatori, ma vanno sempre valutati con l’analisi igrometrica per evitare che l’interfaccia tra muratura fredda e pannello caldo diventi una zona di condensa cronica. I sistemi traspiranti, a base di calce e pannelli naturali o minerali, riducono il rischio, pur richiedendo qualche centimetro in più.

In sintesi, il confronto tra isolanti minerali e sintetici non dovrebbe limitarsi alla cifra sul preventivo. La scelta andrebbe sempre agganciata alla destinazione d’uso del locale, alle condizioni di umidità e alle esigenze di sicurezza antincendio, così da trasformare il cappotto in un investimento che lavora silenziosamente a favore della casa per decenni.

Isolanti a basso spessore e nanotecnologie: quando lo spazio non c’è

Nelle ristrutturazioni interne, negli edifici storici o negli appartamenti piccoli, il vero vincolo non è quasi mai il tipo di materiale, ma lo spessore massimo consentito. In queste situazioni entrano in gioco i materiali a basso spessore e, negli ultimi anni, gli isolanti a base di aerogel e altre tecnologie avanzate. L’obiettivo è ottenere la stessa prestazione dei materiali tradizionali con layers molto più sottili.

L’aerogel di silice è il nome che circola di più. È composto per oltre il 90% da aria intrappolata in una struttura solida finissima, con una λ teorica che può scendere sotto 0,015 W/mK in applicazioni ideali. Nelle soluzioni per edilizia, pannelli e feltri impregnati raggiungono valori intorno a 0,015–0,020 W/mK, che sono comunque straordinari rispetto ai 0,035–0,040 di molti isolanti tradizionali. Questo significa che 3–4 cm di aerogel possono eguagliare l’effetto isolante di 8–10 cm di un cappotto classico.

Sistemi commerciali come pannelli compositi basati su aerogel, rasanti termici “nano” e materassini sottili sono pensati proprio per pareti interne dove è impossibile sacrificare più di pochi centimetri. In molti casi fungono da integrazione localizzata, ad esempio su pilastri, travi e mazzette di finestre dove il cappotto è più difficile da raccordare e dove, senza intervento, si creano ponti termici e muffe.

La prestazione elevata arriva però con un prezzo proporzionato. I materiali all’aerogel costano, al metro quadrato, varie volte più di un EPS o di una lana minerale. Per pareti estese, come l’intero involucro di un condominio, l’incidenza economica può diventare proibitiva; in questi casi l’uso mirato su punti critici è spesso la soluzione più razionale. Le nanotecnologie non sostituiscono i cappotti tradizionali, ma li completano dove questi non arrivano.

Un altro filone sono i prodotti “termoriflettenti” multistrato: sottili pacchetti con film in alluminio e strati intermedi di materiale fibroso o espanso. Funzionano soprattutto in presenza di intercapedini d’aria e sono più efficaci nel ridurre la radiazione che non nel limitare la conduzione. Da soli non possono sostituire un adeguato spessore di isolante massivo, ma possono integrare il pacchetto in copertura, ad esempio sotto le tegole, migliorando leggermente il comfort estivo.

Nel discorso dei materiali a basso spessore rientrano spesso le pitture termiche. Queste vernici contengono microsfere cave o altri additivi con l’intento di aumentare la riflessione del calore e ridurre le dispersioni. Il loro contributo all’isolamento, in termini di trasmittanza della parete, è molto limitato rispetto a un vero pacchetto isolante. Possono aiutare a uniformare la temperatura superficiale e a mitigare lievi disomogeneità, ma non possono sostituire 6–8 cm di isolante tradizionale.

Per capire dove questi prodotti hanno senso, conviene tornare a un esempio pratico. In un appartamento in centro storico con muri in pietra da 50 cm, infissi nuovi e nessuna possibilità di toccare la facciata, aggiungere 2–3 cm di materiale all’aerogel sulle pareti interne più fredde può fare la differenza tra una stanza con muffa agli angoli e una stanza salubre. In una villetta in periferia, dove ci sono 14 cm disponibili per un cappotto in EPS o lana di roccia, la stessa scelta non sarebbe giustificata.

Un uso intelligente di questi isolanti “spaziali” parte da una mappa dei punti critici della casa: zone con muffa ricorrente, pareti controterra, spigoli esposti ai venti, attacchi di balconi. Una volta individuati, l’abbinamento di materiali tradizionali e strati a basso spessore in quei punti può portare a un miglioramento complessivo dell’isolamento termico con un sovraccosto contenuto rispetto a un intervento omogeneo su tutte le superfici.

In conclusione, gli isolanti nanotecnologici e a basso spessore sono strumenti preziosi quando lo spazio è la vera risorsa scarsa. Funzionano bene se usati con criterio, alla luce di calcoli e non di slogan pubblicitari che promettono miracoli con pochi millimetri di pittura o pannello.

Dalla teoria alla pratica: come leggere i dati e scegliere il materiale giusto

Una volta passata in rassegna la gamma di materiali isolanti, resta la domanda concreta: quale usare, dove e con quale obiettivo. Nei preventivi si trovano spesso valori di λ, spessori in centimetri e frasi generiche sul “fino al 50% di risparmio energetico”, ma per decidere serve tradurre quei numeri in effetti reali sulla casa.

Il primo passo è collegare λ e spessore. Per ottenere una certa resistenza termica R, basta dividere lo spessore in metri per la conduttività. A parità di obiettivo, un materiale con λ più basso richiede meno centimetri. In pratica, se per un cappotto in EPS λ = 0,036 servono 14 cm, con un poliuretano a λ = 0,024 possono bastarne 9–10 cm per una prestazione simile. La differenza di spessore però va pesata contro i costi e il comportamento agli altri agenti.

Il secondo passo è guardare oltre la parete singola. Un edificio ha tetto, pavimenti, serramenti, ponti termici e, non ultimo, impianti. Un cappotto eccellente su una casa con serramenti vecchi o un tetto non isolato porta vantaggi, ma non tanto quanto un intervento più equilibrato. In molti casi, intervenire con 8–10 cm di isolante su pareti e tetto e sostituire gli infissi rende di più, in termini di euro in bolletta, che spingere le pareti a 18–20 cm trascurando il resto.

Per chi si trova davanti a due o tre soluzioni diverse – ad esempio lana di roccia vs EPS vs fibra di legno – una piccola checklist può evitare errori grossolani. I punti chiave da verificare sono pochi ma decisivi.

  • Verifica la conduttività termica dichiarata (λ) e lo spessore proposto, chiedendo al tecnico la trasmittanza finale della parete o del tetto, non solo del materiale.
  • Controlla la classe di reazione al fuoco del sistema completo, soprattutto in condomìni e edifici alti, dove lana di roccia e materiali minerali offrono maggiori margini di sicurezza.
  • Valuta la traspirabilità (valore µ) della stratigrafia, non solo del singolo pannello, per ridurre il rischio di condensa e muffe nelle zone fredde.
  • Chiedi come verranno trattati i ponti termici: davanzali, cassonetti, balconi, pilastri in cemento armato, perché sono loro a ridurre l’efficienza energetica del pacchetto.
  • Domanda quale manutenzione richiede il sistema negli anni, in particolare per i rivestimenti esterni esposti a grandine, smog e dilavamenti.

Anche il rapporto tra costo e durata stimata va considerato. Un materiale leggermente più costoso ma più stabile nel tempo può risultare più conveniente se l’orizzonte è di 25–30 anni. Se un cappotto in lana di roccia costa il 15–20% in più di uno in EPS ma offre maggior resistenza al fuoco e migliore comportamento acustico, può essere una scelta sensata in un condominio rumoroso affacciato su una strada trafficata.

Infine, c’è il tema della posa in opera. Due cantieri con lo stesso materiale possono dare risultati energetici molto diversi a causa di giunti non sigillati, tasselli posati male, rasature troppo sottili o lambiture inaccurate. Nei casi in cui è possibile, vale la pena chiedere referenze di lavori eseguiti negli anni precedenti con lo stesso sistema, e, se si tratta di un condominio, confrontare i consumi reali pre e post intervento su almeno una stagione di riscaldamento.

Portare il confronto dei materiali su questo piano, fatto di numeri, tempi e modalità di posa, trasforma l’isolamento da investimento “sulla carta” a intervento misurabile. È questo cambio di prospettiva che permette di scegliere con maggiore serenità tra le varie proposte di isolamento termico che il mercato offre.

Quanto posso risparmiare in bolletta con un buon isolamento termico?

Su una casa unifamiliare con riscaldamento a gas, un isolamento ben progettato di pareti e tetto può ridurre i consumi anche del 30–40%, a seconda della zona climatica e della situazione di partenza. In pratica si può passare, ad esempio, da 1.600 a 1.000 m³ di gas all’anno. Il valore reale dipende da isolamento esistente, impianto e abitudini d’uso, quindi conviene sempre farsi fare un calcolo specifico dal tecnico che segue la pratica.

Meglio EPS o lana di roccia per il cappotto esterno?

L’EPS ha un ottimo rapporto prezzo/prestazioni e viene usato nella maggior parte dei cappotti residenziali. La lana di roccia costa di più, ma offre migliore resistenza al fuoco e prestazioni acustiche superiori. In edifici alti o in zone rumorose la lana di roccia è spesso preferibile; per villette o piccoli condomìni in aree tranquille un cappotto in EPS ben eseguito può essere una scelta equilibrata.

I materiali naturali isolano meno dei sintetici?

Non necessariamente. Molti materiali naturali hanno valori di conduttività termica vicini a quelli sintetici più comuni, come EPS o lana di vetro. Spesso richiedono qualche centimetro in più di spessore, ma offrono una migliore gestione dell’umidità e una maggiore capacità di accumulo estivo. La scelta va fatta considerando spazio disponibile, clima locale e importanza data alla sostenibilità ambientale.

Le pitture termiche possono sostituire l’isolamento a cappotto?

No. Le pitture termiche possono migliorare leggermente la temperatura superficiale delle pareti e ridurre alcuni fenomeni localizzati di condensa, ma non hanno lo stesso effetto di 6–10 cm di pannelli isolanti. Possono essere un complemento in piccole ristrutturazioni interne, non l’unico intervento se l’obiettivo è un reale salto di classe energetica.

Qual è lo spessore minimo di isolamento consigliabile oggi?

Dipende dalla zona climatica e dal materiale, ma nelle ristrutturazioni esterne su pareti opache difficilmente ha senso scendere sotto i 10–12 cm di un buon isolante (EPS, lana di roccia, fibra di legno). In molte zone d’Italia, per rispettare le prescrizioni più recenti e garantire comfort estivo, si arriva tranquillamente a 14–16 cm. Spessori inferiori possono essere giustificati solo da vincoli tecnici o architettonici precisi, spesso con il supporto di materiali ad alte prestazioni.