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: Marie Curie e la rivoluzionaria scoperta del radio

17 Agosto 2026 20 min de lecture Mis a jour 17 Agosto 2026
Questo articolo è stato generato da un'intelligenza artificiale e pubblicato senza una revisione umana approfondita.

In breve

  • Marie Curie trasformò l’osservazione della radioattività in un programma di ricerca scientifica misurabile, basato su strumenti, campioni e dati ripetibili.
  • Il polonio e il radio furono annunciati nel 1898 dopo lo studio della pechblenda, un minerale molto più attivo dell’uranio puro.
  • Il radio è un elemento con numero atomico 88, raro e intensamente radioattivo; la sua luce apparente e il suo calore contribuirono a creare molti miti commerciali pericolosi.
  • Il Nobel per la Fisica del 1903 fu condiviso da Marie Curie, Pierre Curie e Henri Becquerel; il Nobel per la Chimica del 1911 premiò il lavoro di Marie Curie sul radio e sul polonio.
  • La vicenda mostra che la scienza procede con misure pazienti, verifiche indipendenti e correzioni degli errori, non con intuizioni isolate trasformate in leggenda.

Marie Curie e la scoperta del radio nel laboratorio della radioattività

La scoperta del radio non nacque da una provetta che cambia colore davanti a un pubblico in silenzio. Nacque in un capannone freddo di Parigi, con residui minerari pesanti da trattare, strumenti sensibili ma semplici e anni di lavoro fisico. Marie Curie partì da un fatto osservato nel 1896 da Henri Becquerel: i sali di uranio emettevano spontaneamente radiazioni capaci di impressionare lastre fotografiche schermate dalla luce.

Nel 1897 Marie Curie cercava un argomento per la propria tesi di dottorato. Scelse le emissioni dell’uranio perché erano un campo nuovo, ancora privo di una spiegazione convincente. Il passo decisivo fu trattare quel fenomeno come una proprietà misurabile della materia, anziché come una curiosità da laboratorio.

Per rilevare la corrente elettrica prodotta nell’aria ionizzata dalle radiazioni, Marie e Pierre Curie usarono un elettrometro molto preciso, costruito da Pierre e dal fratello Jacques. La radiazione rendeva l’aria conduttrice: in termini concreti, permetteva a una piccola corrente di passare tra due elettrodi. Più alta risultava la corrente, maggiore era l’attività del campione esaminato.

Questa procedura aveva un pregio molto concreto. Non richiedeva di “vedere” le radiazioni, che restavano invisibili, ma permetteva di confrontare sostanze diverse con numeri. La fisica entrava nella chimica attraverso una misura elettrica, un collegamento che rese possibile individuare elementi presenti in quantità minime.

La parola radioattività e il cambio di prospettiva scientifica

Marie Curie introdusse il termine radioattività per indicare l’emissione spontanea di radiazioni da parte di certi materiali. La scelta non era soltanto linguistica. Stabiliva che il fenomeno apparteneva agli atomi stessi e non dipendeva, per esempio, da una reazione chimica ordinaria o da un’influenza esterna.

All’epoca l’atomo veniva spesso immaginato come un’unità stabile e indivisibile. Le misure sui composti dell’uranio e del torio suggerivano invece che la sorgente dell’emissione non dipendesse dal modo in cui gli elementi erano combinati. Un sale di uranio più o meno puro manteneva un’attività proporzionale alla quantità di uranio presente, un indizio netto che il fenomeno aveva origine interna all’atomo.

La pechblenda rese la situazione ancora più interessante. Questo minerale, estratto in particolare dalle miniere di Joachimsthal, nell’attuale Repubblica Ceca, risultava più attivo dell’uranio che conteneva. La differenza non poteva essere ignorata: se il minerale superava l’attività prevista, doveva ospitare altre sostanze radioattive non ancora identificate.

Qui si riconosce il carattere realmente rivoluzionaria della ricerca di Marie Curie, senza bisogno di trasformarla in una favola. Non si limitò a registrare un’anomalia. Formulò un’ipotesi verificabile, separò frazioni chimiche, misurò di nuovo l’attività e seguì con metodo la traccia della sostanza sconosciuta.

Per capire perché il numero atomico conta, può essere utile partire dalla disposizione degli elementi nella tavola periodica. La guida dedicata al numero atomico degli elementi aiuta a collocare il radio al posto 88, vicino al bario per comportamento chimico ma del tutto diverso per instabilità nucleare. Una massa simile non significa proprietà identiche, e il caso del radio lo dimostra con particolare durezza.

Il primo elemento annunciato fu il polonio, nel luglio 1898. Il nome richiamava la Polonia, patria di Marie Skłodowska e allora cancellata dalle carte politiche europee perché divisa tra imperi. Il gesto era scientifico e culturale insieme: un elemento nuovo portava nel linguaggio universale della chimica il nome di un Paese senza autonomia statale.

Lo studio successivo portò al radio, comunicato nel dicembre dello stesso anno. Il percorso non era terminato con l’annuncio. Occorreva isolare quantità sufficienti del nuovo elemento, determinarne le proprietà e convincere la comunità scientifica che non si trattasse di un errore sperimentale. La scoperta del radio cominciava davvero nel momento in cui doveva resistere alle verifiche degli altri laboratori.

Morceau de minerai sombre posé près d'un instrument en laiton
Illustration générée par intelligence artificielle.

Polonio e radio, due elementi separati con la chimica di precisione

Polonio e radio non furono trovati come pepite sul fondo di un contenitore. Erano presenti nella pechblenda in quantità minuscole, mescolati a uranio, bismuto, bario, piombo e molti altri componenti. Per separarli, Marie e Pierre Curie trattarono tonnellate di residui minerari provenienti dalla lavorazione industriale dell’uranio.

Il materiale arrivava dall’Austria-Ungheria come scarto a basso costo, perché l’uranio utile era già stato estratto. Proprio quel residuo conteneva però la frazione più attiva. È un promemoria utile anche fuori dalla storia della chimica: un materiale considerato “esaurito” può avere una composizione complessa, e il suo valore dipende dalla domanda e dagli strumenti disponibili per analizzarlo.

Marie Curie lavorava in condizioni lontane dall’immagine pulita di un laboratorio contemporaneo. Bolliva soluzioni in grandi recipienti, mescolava masse dense con barre di ferro e faceva cristallizzare i sali una frazione dopo l’altra. Il lavoro richiedeva forza, precisione, memoria delle procedure e molta pazienza, perché ogni passaggio cambiava la concentrazione delle sostanze.

Come la radioattività guidava la separazione chimica

La chimica classica offriva metodi per dividere gli elementi in base a solubilità, precipitazione e cristallizzazione. Il problema era capire quale frazione conservasse la sorgente dell’attività misurata. Marie Curie usò l’elettrometro come una bussola: dopo ogni trattamento controllava quale campione emettesse di più.

Il polonio seguiva in parte il comportamento del bismuto. Il radio, invece, accompagnava il bario, con cui condivideva molte caratteristiche chimiche. Separare radio e bario fu difficile proprio per questa somiglianza, e richiese cristallizzazioni frazionate ripetute molte volte.

Durante una cristallizzazione frazionata, i cristalli che si formano per primi non hanno sempre la stessa composizione del liquido residuo. Ripetendo la procedura, piccole differenze diventano gradualmente misurabili. Non era un metodo rapido, ma era coerente con il problema: quando una sostanza è rarissima, una scorciatoia chimica tende a produrre una miscela, non una prova.

Elemento Numero atomico Anno dell’annuncio Caratteristica utile nella ricerca
Polonio 84 1898 Attività molto intensa e comportamento chimico vicino al bismuto
Radio 88 1898 Associato al bario durante le separazioni e facilmente rilevabile per attività
Uranio 92 Conosciuto prima del 1898 Riferimento iniziale per confrontare la radioattività dei minerali

Nel 1902 Marie Curie riuscì a ottenere circa un decigrammo di cloruro di radio sufficientemente puro da stimarne la massa atomica, pari a circa 225 secondo le misure dell’epoca. Il valore moderno attribuito al radio-226, l’isotopo più noto, è vicino a 226. La distanza tra questi numeri mostra quanto fosse solida quella procedura, nonostante spazi, attrezzature e protezioni inadeguati.

Il radio puro come metallo arrivò nel 1910, quando Marie Curie e André-Louis Debierne lo isolarono mediante elettrolisi. A quel punto il nuovo elemento aveva una posizione riconosciuta nella tavola periodica. L’annuncio del 1898 era diventato una realtà chimica controllabile, anche se ottenerne una quantità visibile richiedeva ancora una fatica enorme.

La struttura della materia non si esaurisce nella tavola periodica. I nuclei instabili decadono, emettono particelle e possono trasformarsi in altri nuclei; in modo diverso, anche il patrimonio biologico cambia tramite processi fisici e chimici. L’approfondimento sulle mutazioni genetiche e il DNA chiarisce come il termine “mutazione” indichi un cambiamento verificabile, non una definizione vaga da usare per ogni trasformazione.

Quella sequenza di lavaggi, filtraggi e misure spiega perché attribuire la scoperta a un singolo lampo di genio è fuorviante. Il radio emerse da una serie di decisioni sperimentali ben documentate. La precisione, in questo caso, non fu un ornamento della ricerca: fu il modo concreto per rendere visibile ciò che era quasi assente.

La scoperta del radio e il Nobel per la Fisica del 1903

Il riconoscimento più noto arrivò nel 1903, quando il Premio Nobel per la Fisica fu assegnato a Henri Becquerel, Pierre Curie e Marie Curie. Becquerel venne premiato per la scoperta della radioattività spontanea; i coniugi Curie per le ricerche sui fenomeni di radiazione osservati da Becquerel. La formulazione è utile perché restituisce il carattere collettivo della scienza: una scoperta apre una strada, altri la percorrono e ne cambiano la portata.

Marie Curie fu la prima donna a ricevere un Nobel. Non fu però una presenza inizialmente scontata nella candidatura. La documentazione storica ricostruita dalla Fondazione Nobel indica che la proposta originaria metteva in evidenza Becquerel e Pierre Curie, mentre l’intervento del matematico Magnus Gösta Mittag-Leffler contribuì a evitare l’esclusione del lavoro decisivo di Marie.

Questo dettaglio non serve a trasformare la biografia in un racconto di ostacoli individuali. Mostra un problema concreto nella distribuzione del merito scientifico. Le pubblicazioni, gli strumenti costruiti, i campioni analizzati e le misure raccolte permettono di valutare chi ha fatto cosa molto meglio delle impressioni sociali o dei ruoli accademici già consolidati.

Due Nobel in discipline diverse

Nel 1911 Marie Curie ricevette un secondo Nobel, questa volta per la Chimica. Il premio citava la scoperta del radio e del polonio, l’isolamento del radio e lo studio della natura e dei composti di quell’elemento. Restò l’unica persona ad aver ottenuto due Nobel in due discipline scientifiche differenti.

Il doppio riconoscimento viene spesso presentato come una medaglia alla carriera. Sarebbe più corretto vederlo come la registrazione di due risultati distinti. Nel 1903 il centro era il fenomeno fisico delle radiazioni; nel 1911 il centro era la dimostrazione chimica che polonio e radio erano effettivamente nuovi elementi.

La distinzione vale ancora oggi. La fisica domanda come si comportano energia, materia, forze e radiazioni. La chimica studia composizione, trasformazioni e proprietà delle sostanze. Nella ricerca sul radio i due piani erano intrecciati, ma non confusi: una misura fisica individuava l’attività, una procedura chimica isolava la specie responsabile.

Il riconoscimento internazionale non rese più facile la vita privata o il lavoro di Marie Curie. Dopo la morte accidentale di Pierre Curie nel 1906, assunse la sua cattedra alla Sorbona. Fu la prima donna a insegnare in quell’ateneo come professoressa, mentre continuava a dirigere esperimenti sempre più complessi.

Il valore della sua vicenda non consiste nell’idea che basti lavorare molto per superare ogni barriera. Le condizioni materiali contano: accesso allo studio, laboratori, reti di collaborazione, fondi e tempo. Marie Curie aveva una formazione rigorosa, una partnership scientifica con Pierre e una capacità di lavoro eccezionale, ma affrontò anche vincoli che molti colleghi uomini non incontravano.

Una cronologia aiuta a non comprimere tutto nell’anno 1898. Marie Skłodowska nacque a Varsavia nel 1867, arrivò a Parigi nel 1891, iniziò gli studi sulle radiazioni nel 1897, annunciò polonio e radio nel 1898, ottenne il primo Nobel nel 1903 e il secondo nel 1911. Ogni data corrisponde a una fase diversa, non a un unico episodio concluso in pochi mesi.

Per chi legge oggi, la lezione pratica riguarda il modo di valutare le notizie scientifiche. Un annuncio iniziale può essere serio e importante, ma non equivale ancora a una tecnologia pronta, a un’applicazione sicura o a una conoscenza completa. Il Nobel legato al radio arrivò dopo verifiche, risultati pubblicati e riconoscimento della comunità internazionale.

La fama del radio crebbe proprio perché univa una scoperta di base, effetti fisici sorprendenti e possibili usi medici. Questo passaggio dal banco di laboratorio alla società fu rapido, talvolta troppo rapido. Capire che cosa emette davvero un nucleo radioattivo permette di distinguere le applicazioni fondate dalle promesse che hanno reso il radio un prodotto di moda.

Radioattività del radio, energia nucleare e rischi per la salute

Il radio naturale più comune è il radio-226. Ha un’emivita di circa 1.600 anni, cioè il tempo necessario perché decada metà dei nuclei presenti in un campione. Non significa che dopo 1.600 anni il materiale sia sparito: ne resta metà, e dopo altri 1.600 anni ne resta un quarto.

Il radio-226 decade emettendo soprattutto particelle alfa e trasformandosi in radon-222, un gas radioattivo. Le particelle alfa penetrano poco attraverso materiali compatti, perfino un foglio di carta può fermarle, ma diventano pericolose se la sostanza entra nel corpo per ingestione o inalazione. Il radon, invece, può accumularsi negli ambienti chiusi e richiede controlli specifici, soprattutto in zone geologicamente predisposte.

Il punto non è avere paura indiscriminata della parola “radiazione”. La luce visibile, le onde radio e i raggi X sono tutte radiazioni, ma hanno energia, capacità di penetrazione e interazioni biologiche molto diverse. Il rischio dipende dalla dose assorbita, dal tipo di radiazione, dal tempo di esposizione e dalla via con cui una sostanza raggiunge l’organismo.

Perché il radio sembrava una fonte inesauribile di energia

All’inizio del Novecento il radio colpì il pubblico per caratteristiche fuori dall’ordinario. I sali di radio potevano emettere calore senza combustione e produrre una debole luminescenza in determinate condizioni. Sembrava un serbatoio di energia che non rispettava l’esperienza comune delle stufe, delle lampade a olio o delle batterie allora disponibili.

La spiegazione è nucleare, non chimica. Nelle reazioni chimiche si riordinano gli elettroni attorno agli atomi e l’energia liberata è relativamente piccola. Nel decadimento radioattivo cambia il nucleo atomico, con energie molto maggiori per singolo evento. Questo non rende il radio un combustibile domestico: la sua attività è intensa ma non controllabile come un generatore elettrico.

Il radio diventò così costoso da essere trattato quasi come un metallo prezioso. All’inizio del XX secolo un grammo poteva valere decine di migliaia di dollari, una cifra enorme per l’epoca. La rarità e il prestigio scientifico alimentarono prodotti contenenti radio, dai cosmetici agli integratori, spesso venduti con affermazioni prive di basi mediche.

Le conseguenze furono gravi. Le lavoratrici che dipingevano quadranti luminosi con vernici al radio furono incoraggiate in alcuni stabilimenti statunitensi a modellare la punta dei pennelli con le labbra. Ingerivano quindi piccole quantità di materiale radioattivo, che il corpo trattava in parte come il calcio e poteva depositare nelle ossa.

Le “Radium Girls” portarono l’attenzione pubblica sui danni sanitari e sulle responsabilità industriali. Non fu il radio in sé a produrre una lezione morale astratta, ma l’assenza di protezioni, di controlli indipendenti e di informazioni corrette per chi lavorava. Quando una sostanza ha effetti biologici misurabili, il fascino della novità non sostituisce le procedure di sicurezza.

Marie Curie stessa fu esposta per anni senza le protezioni oggi richieste. Trasportava campioni nelle tasche dei camici e conservava fiale radioattive nel cassetto, attratta dalla loro luce. Morì nel 1934 di anemia aplastica; le esposizioni cumulative alle radiazioni sono considerate una causa probabile della malattia, anche se attribuire con precisione assoluta un singolo effetto a una singola dose, a distanza di decenni, non è possibile.

La gestione moderna usa schermature, contenitori adeguati, dosimetri, ventilazione e tempi di esposizione controllati. Un campione storico, un vecchio quadrante luminescente o un oggetto acquistato in mercatini non va aperto né manipolato per curiosità. Il fascino del radio appartiene alla storia della fisica, mentre la sicurezza richiede regole contemporanee e strumenti adatti.

Marie Curie, medicina e uso responsabile delle radiazioni

Il radio contribuì allo sviluppo della radioterapia, perché le sue emissioni potevano danneggiare cellule biologiche. Nei primi decenni del Novecento, medici e ricercatori sperimentarono l’uso di sorgenti radioattive contro alcuni tumori. Il principio generale è ancora riconoscibile nella medicina attuale: colpire un bersaglio con radiazioni sufficienti a danneggiare le cellule malate, cercando di risparmiare il più possibile i tessuti sani.

La pratica moderna non coincide però con quella dei tempi di Marie Curie. Oggi molti trattamenti impiegano acceleratori lineari, isotopi prodotti e gestiti secondo protocolli stretti, pianificazione computerizzata e controlli dosimetrici. Il radio storico ha avuto un ruolo importante, ma non è il materiale da immaginare automaticamente quando si parla di terapia radiante nel 2026.

Durante la Prima guerra mondiale, Marie Curie organizzò unità mobili di radiografia, note come “petites Curies”. I veicoli portavano apparecchi a raggi X vicino al fronte, permettendo ai medici di localizzare proiettili e fratture. Si stima che furono create circa 20 unità mobili e numerosi posti radiologici fissi, con un impatto pratico sulla cura dei feriti.

Dalla ricerca scientifica alle applicazioni verificabili

La radiografia non usa il radio come sorgente ordinaria: usa raggi X prodotti da apparecchiature elettriche. Questa distinzione può sembrare minuta, ma evita un errore frequente. “Radiazioni” non identifica una sola tecnologia, e ogni tecnica medica richiede una sorgente, una dose e un obiettivo clinico specifici.

Marie Curie imparò a guidare, studiò anatomia e formò personale per usare gli apparecchi radiologici in condizioni difficili. Non sostituì i medici, ma rese disponibile uno strumento diagnostico dove serviva. È un buon esempio di collaborazione tra competenze: la fisica degli strumenti, la medicina e la logistica avevano tutte un ruolo necessario.

La storia è utile anche per leggere con maggiore lucidità le notizie sulle nuove tecnologie. Un risultato di laboratorio non si trasforma automaticamente in una cura. Servono sperimentazioni cliniche, valutazioni del rapporto tra benefici e rischi, standard di qualità e formazione degli operatori. Le applicazioni serie non temono queste verifiche: ne hanno bisogno.

Il radio portò anche alla nascita di istituzioni dedicate allo studio delle radiazioni. L’Institut du Radium di Parigi, sviluppato con il contributo di Marie Curie, riunì ricerca fisica, chimica e medica. Quel modello interdisciplinare resta attuale, perché i problemi complessi raramente si lasciano risolvere da una singola disciplina.

Il nome di Marie Curie compare oggi in ospedali, programmi di ricerca e missioni scientifiche. L’Unione Europea ha dedicato alle azioni Marie Skłodowska-Curie un importante programma di mobilità e formazione per ricercatori. Il riferimento non dovrebbe ridursi a una targhetta celebrativa: richiama un metodo fatto di misure confrontabili, pubblicazioni e cooperazione internazionale.

La sua eredità ha anche un lato scomodo ma utile. Le radiazioni hanno consentito diagnosi, cure e ricerche fondamentali, ma hanno prodotto danni quando il rischio è stato ignorato o nascosto. Tenere insieme le due facce è più onesto che scegliere tra entusiasmo cieco e rifiuto assoluto della tecnologia.

Chi desidera approfondire può partire da un gesto concreto e affidabile: confrontare le fonti storiche e scientifiche prima di condividere un’affermazione sul radio, sui raggi X o sul nucleare. La scoperta di Marie Curie conserva valore proprio perché insegna a misurare, distinguere e verificare, anche quando un fenomeno sembra sfidare il buon senso.

La scoperta del radio nella cultura scientifica contemporanea

Marie Curie è diventata una figura popolare ben oltre la comunità scientifica. Il rischio è ridurre la sua storia a poche immagini facili: il genio isolato, la luce azzurra dei sali di radio, la prima donna premiata con il Nobel. Sono elementi reali, ma non bastano a spiegare il significato del suo lavoro.

Il dato più utile da conservare è la connessione tra osservazione e procedura. Un minerale emetteva più radiazioni del previsto. Da lì nacquero un’ipotesi, una lunga separazione chimica e controlli quantitativi. Questo schema resta valido in molti campi, dall’analisi dei materiali alla ricerca ambientale, anche se gli strumenti del 2026 sono incomparabilmente più rapidi e sensibili.

La ricerca contemporanea usa spettrometri, rivelatori al silicio, camere a ionizzazione digitali e software di analisi. Marie Curie lavorava con elettrometri e cristallizzazioni, ma la logica non è cambiata. Un valore anomalo va controllato, confrontato con un campione di riferimento e spiegato con dati che altri possano replicare.

Un’eredità che non coincide con il mito

La parola “radio” crea spesso confusione perché richiama sia l’elemento radio sia la radio come mezzo di comunicazione. Hanno origini linguistiche legate al latino radius, raggio, ma appartengono a contesti tecnologici diversi. Il radio è un elemento chimico; le onde radio sono radiazioni elettromagnetiche a bassa energia, usate nelle trasmissioni e nelle comunicazioni.

Anche la radioattività naturale non è un’anomalia limitata ai laboratori. Piccole quantità di isotopi radioattivi esistono nelle rocce, nel suolo, nell’aria e perfino nel corpo umano. La presenza non equivale automaticamente a pericolo: ciò che conta è il livello di esposizione e il modo in cui viene misurato.

In Italia, il tema del radon negli edifici richiede attenzione pratica perché è un gas naturale che può entrare da crepe, cantine e intercapedini. La normativa e le soglie di riferimento riguardano soprattutto la qualità dell’aria interna e le esposizioni prolungate. Un rilevatore certificato, lasciato in posizione per il tempo indicato dal produttore, offre dati più utili di qualunque supposizione basata sull’età della casa.

La cultura scientifica non chiede a tutti di diventare chimici o fisici. Chiede di riconoscere la differenza fra una misura e uno slogan. Quando un prodotto promette energia, salute o protezione grazie a materiali “radioattivi”, il precedente storico del radio suggerisce prudenza: bisogna cercare composizione, dose, certificazioni e studi indipendenti.

Il lavoro di Marie Curie aiuta anche a correggere un’altra idea diffusa, quella secondo cui la ricerca avanzerebbe senza tempi morti. Fra l’osservazione della pechblenda e l’isolamento di una quantità utile di radio trascorsero anni. La lentezza non era un difetto del metodo: era il costo necessario per arrivare a una dimostrazione robusta.

Le sue pubblicazioni e i suoi quaderni hanno lasciato un’eredità materiale particolare. Alcuni manoscritti e oggetti di laboratorio restano radioattivi ancora oggi e sono custoditi con precauzioni. È una testimonianza fisica del lavoro svolto, ma anche della distanza tra gli standard di sicurezza dell’epoca e quelli che oggi sarebbero obbligatori.

La scoperta del radio merita quindi di essere ricordata non come un episodio magico, ma come un caso concreto di metodo scientifico applicato a un fenomeno invisibile. Marie Curie unì fisica, chimica e disciplina sperimentale in un lavoro che cambiò la comprensione dell’atomo e rese più responsabile il modo di usare le radiazioni.

Quando Marie Curie scoprì il radio?

Marie e Pierre Curie annunciarono l’esistenza del radio nel dicembre 1898, dopo aver rilevato una radioattività anomala nei residui di pechblenda. L’isolamento di quantità sufficienti per studiarne con precisione le proprietà richiese però anni di lavoro successivo.

Qual è la differenza tra radio e radioattività?

Il radio è un elemento chimico con numero atomico 88. La radioattività è il fenomeno fisico per cui alcuni nuclei atomici instabili emettono particelle o energia trasformandosi nel tempo.

Marie Curie scoprì anche il polonio?

Sì. Il polonio fu annunciato nel luglio 1898, alcuni mesi prima del radio. Marie Curie scelse il nome in riferimento alla Polonia, sua terra d’origine.

Perché Marie Curie ricevette due premi Nobel?

Ricevette il Nobel per la Fisica nel 1903 con Pierre Curie e Henri Becquerel per gli studi sulle radiazioni. Nel 1911 ottenne il Nobel per la Chimica per la scoperta del radio e del polonio e per l’isolamento e lo studio del radio.

Il radio viene ancora usato nella medicina moderna?

Il radio ha avuto un ruolo storico nello sviluppo della radioterapia, ma molte applicazioni moderne usano altre sorgenti radioattive o acceleratori che producono fasci controllati. Le procedure attuali seguono protocolli di dosimetria e radioprotezione molto più rigorosi rispetto al passato.