In breve
- Lo squalo della Groenlandia è il vertebrato con la maggiore longevità documentata: alcuni individui possono vivere per vari secoli.
- La stima dell’età non deriva dagli anelli di crescita, ma dal radiocarbonio presente nel cristallino dell’occhio.
- Acque fredde, metabolismo lento, crescita ridotta e maturità sessuale tardiva spiegano una parte della sua eccezionale resistenza.
- Il suo genoma e i meccanismi di riparazione cellulare sono studiati per capire come questo animale limiti il danno accumulato nel tempo.
- Non possiede il segreto letterale dell’immortalità: resta vulnerabile a pesca accidentale, inquinamento e cambiamento dell’ecosistema artico.
Lo squalo della Groenlandia è davvero l’animale più longevo del pianeta?
Nel buio freddo dell’Atlantico settentrionale nuota un pesce che può essere nato quando in Europa si stampavano ancora libri con torchi manuali. Lo squalo della Groenlandia, nome scientifico Somniosus microcephalus, vive soprattutto nelle acque artiche e subartiche, tra Canada, Islanda, Norvegia e Groenlandia. È considerato il vertebrato più longevo conosciuto del pianeta, una definizione che merita però qualche precisione.
Non significa che sia l’essere vivente più vecchio in assoluto. Alcuni coralli, spugne marine, molluschi e colonie clonali vegetali possono superarlo ampiamente. Tra gli animali dotati di colonna vertebrale, però, il suo record è fuori scala. Le stime più citate indicano un’età massima di 392 anni, con un margine di incertezza di circa 120 anni, pubblicata nel 2016 sulla rivista Science da un gruppo di ricerca guidato dalla biologa marina Julius Nielsen.
Un animale lungo mediamente tra 2,5 e 4 metri, con esemplari che possono avvicinarsi ai 5 metri, attraversa dunque periodi storici che per gli esseri umani appartengono ai manuali. Un individuo nato attorno al 1650 avrebbe nuotato prima della Rivoluzione francese, dell’invenzione del motore elettrico e della fotografia. L’immagine colpisce, ma non deve trasformarsi in una favola: quelle età sono stime statistiche, non date di nascita annotate su un registro di bordo.
Questo squalo ha un corpo tozzo e cilindrico, una pelle grigio-bruna e movimenti lenti. Il nome latino Somniosus richiama il sonno, anche se non è affatto un animale passivo. Si muove con economia, consuma poco e sfrutta un ambiente dove la temperatura dell’acqua è spesso vicina allo zero. A 300 o 500 metri di profondità, dove la luce è debole e le prede sono rare, inseguire ogni boccone con la fretta di un tonno sarebbe un pessimo adattamento.
La sua alimentazione è ampia. Può mangiare pesci, crostacei, carcasse di mammiferi marini e resti disponibili sul fondale. Sono stati trovati nelle sue viscere anche resti di foche e renne, ma questo non dimostra che sia sempre un predatore attivo di grandi animali: una parte del cibo viene probabilmente raccolta come carcassa. In un ecosistema freddo, dove l’energia circola lentamente, approfittare di una risorsa già disponibile può essere più utile che spenderne molta per catturarla.
La fama di “immortale” è quindi un’abbreviazione giornalistica. Nessuna biologia conosciuta elimina l’invecchiamento, le malattie o la morte. Il segreto dello squalo della Groenlandia riguarda piuttosto la capacità di rallentare enormemente il ritmo della vita, conservando funzioni vitali per tempi che un mammifero terrestre non potrebbe sostenere. È una differenza profonda, non un trucco ripetibile con una dieta o un integratore.
Un altro elemento rende questa specie difficile da studiare. Vive in zone remote, a profondità variabili tra la superficie e oltre 2.000 metri, e non è semplice catturare, marcare e ricatturare lo stesso esemplare dopo anni. Per questo molte informazioni sulla sua biologia arrivano da animali catturati accidentalmente nelle reti o da programmi scientifici costosi, svolti in condizioni oceaniche severe. Il record di longevità nasce da dati seri, ma raccolti con grande fatica.
La domanda utile non è se esista davvero l’immortalità nel mare artico. Vale molto di più capire come un organismo complesso riesca a restare funzionale per secoli in un ambiente ostile. Per arrivarci bisogna prima vedere come i ricercatori misurano il tempo in un animale che non ha né denti leggibili come quelli di certi mammiferi né ossa con anelli affidabili.

Come si calcola l’età dello squalo della Groenlandia senza anelli di crescita
Determinare l’età di uno squalo è spesso complicato. In diverse specie si osservano strutture calcificate, come vertebre e spine, dove possono comparire bande di crescita simili agli anelli degli alberi. Lo squalo della Groenlandia, però, possiede uno scheletro di cartilagine e queste tracce non offrono una cronologia abbastanza affidabile. Contare linee indistinte e dichiarare un’età di quattro secoli sarebbe più vicino a un azzardo che a una misura.
Il gruppo di ricerca danese ha scelto un metodo insolito ma robusto: l’analisi al radiocarbonio del nucleo del cristallino. Il cristallino dell’occhio è formato da proteine depositate molto presto nello sviluppo dell’animale e poi sostanzialmente isolate dal ricambio metabolico. In pratica, il suo centro conserva una firma chimica dell’ambiente presente alla nascita dello squalo.
Il carbonio-14 è un isotopo radioattivo naturale del carbonio. La sua quantità nell’atmosfera e negli oceani ha subito una forte variazione durante i test nucleari atmosferici degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, producendo il cosiddetto “bomb pulse”. Se il cristallino mostra quel segnale, l’animale è nato dopo quel periodo; se ne è privo, l’età può essere molto più elevata. Il metodo non fornisce un compleanno preciso, ma restringe un intervallo plausibile.
Nello studio del 2016 sono stati analizzati 28 esemplari femmina. Le loro dimensioni variavano e, assumendo una crescita molto lenta, i ricercatori hanno stimato l’età attraverso una relazione tra lunghezza e radiocarbonio. L’individuo più grande misurava 502 centimetri e ha prodotto la celebre stima di circa 392 anni. Il margine è ampio perché la datazione di animali marini antichi deve confrontarsi con il cosiddetto effetto serbatoio oceanico, cioè con carbonio che può essere più “vecchio” di quello atmosferico.
Questa incertezza non cancella il risultato. Anche prendendo il limite inferiore dell’intervallo stimato, l’animale resta straordinariamente anziano per un vertebrato. La ricerca non sostiene che ogni squalo della Groenlandia viva quattro secoli, né che gli esemplari più grandi siano sempre i più vecchi con precisione matematica. Sostiene che la specie ha una longevità incompatibile con i normali tempi biologici osservati nei pesci di grande taglia.
| Caratteristica biologica | Dato stimato | Perché conta |
|---|---|---|
| Età massima stimata | 392 anni, con incertezza di ±120 anni | È il valore che colloca la specie al vertice tra i vertebrati conosciuti. |
| Lunghezza massima osservata nello studio | 502 centimetri | Gli individui più grandi sono stati usati per stimare le età più alte. |
| Maturità sessuale delle femmine | Circa 156 anni, con intervallo stimato di ±22 anni | La riproduzione avviene dopo un periodo eccezionalmente lungo. |
| Crescita annuale | All’incirca 1 centimetro l’anno | Spiega perché raggiungere grandi dimensioni richieda secoli. |
Il dato sulla maturità sessuale è forse ancora più impressionante dell’età massima. Una femmina non entra nella fase riproduttiva prima di circa un secolo e mezzo. Per confronto, uno squalo bianco può maturare in alcuni decenni e molte specie di pesci costieri in pochi anni. Una popolazione che si rinnova con questa lentezza è biologicamente affascinante, ma anche estremamente fragile davanti a catture eccessive.
La datazione del cristallino mostra un punto spesso trascurato: la biologia non procede sempre alla velocità che ci è familiare. Gli esseri umani misurano il ciclo della vita in scuola, lavoro, generazioni e pensioni. Questo pesce lo misura su tempi oceanici, dove una crescita di un centimetro ogni dodici mesi diventa sufficiente se le condizioni ambientali restano stabili per secoli.
Per vedere il lavoro dei ricercatori e le immagini degli ambienti in cui vive la specie, può essere utile cercare una documentazione scientifica dedicata alla sua età e alla datazione del cristallino.
La misura dell’età risponde al “quanto”, ma non ancora al “come”. Il passo successivo riguarda il motore biologico di questo animale: un metabolismo adattato al freddo e un corpo costruito per non sprecare energia.
Metabolismo lento, acque fredde e adattamento: perché vive così a lungo
Il mare artico non è un frigorifero immobile, ma per molte specie è un ambiente energeticamente duro. L’acqua fredda rallenta le reazioni chimiche, riduce la disponibilità stagionale di cibo e richiede strategie precise per mantenere attivi muscoli, nervi e organi. Lo squalo della Groenlandia ha trasformato questi vincoli in un adattamento coerente: cresce poco, si muove con lentezza e affronta lunghi intervalli tra un pasto e l’altro.
La sua velocità di nuoto è bassa rispetto a quella degli squali pelagici costruiti per inseguire prede veloci. Studi sul comportamento hanno stimato velocità abituali inferiori a 1 chilometro all’ora, con variazioni legate a profondità e attività. Un metabolismo contenuto non equivale a un organismo “spento”. Significa che il corpo distribuisce con estrema cautela l’energia disponibile, riducendo la necessità di alimentarsi continuamente.
La bassa temperatura corporea, che segue quella dell’acqua circostante perché si tratta di un pesce ectotermo, può contribuire a limitare alcuni processi di deterioramento cellulare. Reazioni più lente producono potenzialmente meno danni ossidativi nell’unità di tempo. Non basta però dire “freddo uguale vita lunga”: molte specie marine fredde non vivono quattro secoli. Il risultato dipende dalla combinazione tra metabolismo, genetica, fisiologia e storia evolutiva.
Nel sangue e nei tessuti di questo squalo è presente una quantità elevata di urea e di trimetilammina N-ossido, abbreviata TMAO. Queste molecole aiutano a mantenere l’equilibrio dei fluidi e a proteggere le proteine in condizioni di alta pressione e bassa temperatura. La carne fresca dello squalo della Groenlandia è tossica per l’uomo proprio per l’alta concentrazione di composti azotati, compresa la trimetilammina: non è un pesce da consumare senza trattamento.
In Islanda esiste il hákarl, preparazione tradizionale ottenuta fermentando e facendo essiccare la carne per molte settimane o mesi. Il procedimento elimina o riduce le sostanze problematiche, ma il suo odore intenso non è un dettaglio folkloristico da ignorare. Questa tradizione racconta un rapporto antico con le risorse del Nord Atlantico, non un invito a improvvisare preparazioni domestiche di carne di squalo.
Una vita lenta non significa una vita senza pericoli
La longevità può sembrare una protezione naturale, ma in ecologia spesso diventa un punto debole. Uno squalo che impiega oltre 150 anni per riprodursi non può compensare rapidamente una perdita di adulti. Se vengono rimossi molti individui maturi da una popolazione, il recupero può richiedere generazioni umane, non qualche stagione di pesca.
Per questo la specie è classificata come Vulnerabile nella Lista Rossa dell’IUCN, secondo la valutazione disponibile nel 2026. La minaccia non riguarda soltanto una pesca diretta, oggi molto ridotta rispetto al passato. Reti da traino, palangari, catture accidentali, traffico marittimo e cambiamenti nella distribuzione delle prede possono alterare un equilibrio costruito lentamente.
Un ecosistema marino artico sano non dipende da una sola specie, ma i grandi predatori e scavenger hanno un ruolo nella rete alimentare. Lo squalo della Groenlandia contribuisce a trasferire energia tra carcasse, pesci e organismi delle profondità. Togliere un tassello così longevo significa intervenire su processi che si vedono poco dalla superficie, ma che modellano l’oceano nel lungo periodo.
La resistenza dell’animale non va dunque interpretata come invulnerabilità. Può sopportare freddo, pressione e scarsità di cibo, mentre fatica a reagire a cambiamenti rapidi prodotti dall’uomo. Questa differenza è il cuore della sua biologia: la vita lenta funziona quando anche l’ambiente conserva tempi lenti.
Il segreto genetico della longevità dello squalo della Groenlandia
Quando si parla di genoma e immortalità, il rischio di scivolare dalla ricerca alla pubblicità è alto. Il DNA dello squalo della Groenlandia non contiene un singolo “gene della vita eterna” da estrarre e copiare. I ricercatori cercano piuttosto reti di geni e meccanismi cellulari che, lavorando insieme, possano spiegare perché il suo organismo accumuli danni più lentamente di altri vertebrati.
Tra i processi osservati con maggiore interesse ci sono la riparazione del DNA, il controllo della divisione cellulare, la stabilità delle proteine e la gestione dell’infiammazione. Ogni cellula subisce continuamente piccoli danni causati dal metabolismo, dalle molecole reattive e dagli errori di replicazione. In un animale che deve restare vivo per secoli, la manutenzione di questi sistemi non può essere approssimativa.
Le analisi genomiche recenti hanno individuato segnali compatibili con un’ampia attività di famiglie geniche coinvolte nella risposta al danno cellulare. Si tratta di risultati da interpretare con prudenza. Avere più copie o varianti di certi geni non dimostra automaticamente che un organismo invecchi meno, perché l’effetto reale dipende da quando quei geni si attivano, in quali tessuti e in risposta a quali condizioni.
È utile pensare a una centrale elettrica ben progettata, non a un pulsante magico. La durata dell’impianto non dipende solo dalla qualità di un bullone, ma da temperatura, manutenzione, protezioni, carichi e controlli continui. Nello stesso modo, la longevità deriva da un sistema. Il genoma offre le istruzioni, mentre ambiente, metabolismo e comportamento definiscono come quelle istruzioni vengono usate.
Una pista di ricerca riguarda il cancro. Negli animali longevi e di grandi dimensioni esiste un problema teorico chiamato paradosso di Peto: possedere più cellule e vivere più a lungo dovrebbe aumentare le occasioni di sviluppare tumori, ma non sempre si osserva un incremento proporzionale. Elefanti, balene e alcuni roditori longevi hanno sviluppato strategie diverse di controllo cellulare. Per lo squalo della Groenlandia non esistono dati sufficienti per affermare che abbia un basso rischio di cancro.
Questa è una distinzione necessaria. L’assenza di studi clinici estesi su una specie remota non è prova di assenza della malattia. I ricercatori possono cercare indizi nei geni collegati alla soppressione tumorale, ma per capire l’incidenza reale servirebbero campioni, osservazioni e necroscopie difficili da ottenere. La scienza seria indica ciò che è noto e ciò che resta da verificare, senza riempire i vuoti con promesse.
Che cosa può insegnare alla medicina umana
Lo studio di questa specie potrebbe contribuire alla ricerca sull’invecchiamento, sulle patologie degenerative e sulla protezione delle cellule. Potrebbe aiutare a identificare molecole o vie biologiche da testare in laboratorio, non a creare trattamenti immediati per vivere 300 anni. Tra scoprire un adattamento in mare e trasformarlo in una terapia sicura esistono passaggi lunghi: esperimenti cellulari, modelli animali, sperimentazioni cliniche e controlli regolatori.
La storia della biologia è piena di soluzioni naturali che hanno ispirato innovazioni concrete. Alcuni farmaci derivano da molecole di piante, funghi o organismi marini; altri studi prendono spunto dalla capacità di rigenerazione di anfibi e pesci. Il percorso, però, richiede decenni e spesso si interrompe quando una sostanza promettente risulta inefficace o pericolosa negli esseri umani.
Lo squalo della Groenlandia offre soprattutto una domanda utile: come si mantiene l’integrità di un organismo complesso per così tanto tempo? La risposta potrebbe arrivare dall’incrocio tra genetica comparata, fisiologia marina e osservazione ecologica. Ridurre tutto a un elisir significherebbe perdere la parte più interessante della scoperta.
Per approfondire le ricerche su DNA, adattamento alle acque profonde e anatomia di questa specie, vale la pena cercare contributi di università e istituti oceanografici, distinguendo sempre le pubblicazioni scientifiche dai contenuti che usano la parola “immortalità” come richiamo.
Il patrimonio genetico non agisce nel vuoto. La sua efficacia dipende da un mare freddo, da ritmi di vita antichi e da popolazioni che non possono essere trattate come una risorsa rapidamente rinnovabile.
Perché proteggere lo squalo della Groenlandia significa difendere l’ecosistema artico
Ogni animale longevo pone una domanda scomoda alla gestione delle risorse naturali. Gli effetti di una decisione presa oggi possono emergere quando chi l’ha presa non sarà più in vita. Per lo squalo della Groenlandia questo scarto temporale è enorme: una femmina giovane catturata accidentalmente potrebbe non avere ancora raggiunto la maturità sessuale, pur avendo già attraversato più di un secolo di cambiamenti oceanici.
La pesca mirata a questa specie ebbe un peso rilevante soprattutto tra il XIX e il XX secolo, quando l’olio del fegato veniva usato per illuminazione e attività industriali. La pressione diretta si è ridotta, ma non significa che il problema sia risolto. Le moderne attività di pesca possono intercettare squali in modo involontario, e la sopravvivenza dopo il rilascio dipende da tempo di cattura, profondità, stress e condizioni dell’animale.
Il cambiamento climatico aggiunge un fattore difficile da isolare. L’Artico si sta riscaldando a un ritmo superiore alla media globale, come documentato dai rapporti dell’IPCC. La diminuzione del ghiaccio marino, il cambiamento delle correnti e l’arrivo di specie provenienti da acque più temperate possono modificare disponibilità di prede, competizione e spostamenti dello squalo lungo le coste e le piattaforme continentali.
Non è corretto sostenere che ogni grado di riscaldamento produca automaticamente un effetto misurabile sulla longevità del singolo individuo. Gli oceani sono sistemi complessi e questa specie frequenta profondità diverse. È corretto invece riconoscere che un predatore con cicli vitali così lunghi ha poca capacità di adattarsi rapidamente a variazioni ambientali veloci, soprattutto se queste si sommano alla mortalità da cattura accidentale.
La conservazione richiede dati. Per una specie rara e distribuita su aree immense, servono programmi di monitoraggio, marcature satellitari o acustiche, raccolta di informazioni sulle catture e collaborazione tra paesi. La Groenlandia, l’Islanda, il Canada e la Norvegia condividono porzioni dell’areale, mentre l’oceano non rispetta confini amministrativi. Una misura isolata può avere effetti limitati se non dialoga con la gestione delle flotte e delle acque vicine.
Come leggere le notizie senza cadere nel mito dell’animale immortale
Le notizie sugli squali della Groenlandia alternano dati spettacolari e titoli esagerati. Un buon controllo parte dalla fonte. Se un articolo cita un’età precisa, dovrebbe indicare lo studio, il metodo di datazione e l’intervallo di incertezza. Scrivere “ha 500 anni” senza spiegare se si tratta di una stima, di un massimo teorico o di un dato misurato trasforma una ricerca complessa in una leggenda marina.
- Controlla se l’età riportata deriva da radiocarbonio, da una stima di crescita oppure da una semplice ripresa di fonti secondarie.
- Verifica che il testo distingua tra vertebrato più longevo e organismo vivente più longevo, perché le due classifiche non coincidono.
- Diffida dei contenuti che promettono cure anti-età basate su una singola scoperta genetica relativa agli squali artici.
- Quando si parla di protezione, cerca riferimenti a IUCN, istituti oceanografici o autorità di gestione della pesca.
- Osserva se vengono citati limiti e margini di errore, perché sono parte del dato scientifico e non una sua debolezza.
Questa attenzione non serve a spegnere la meraviglia. Serve a renderla più precisa. Sapere che l’età massima è stimata e non certificata al giorno esatto non rende meno sorprendente un vertebrato capace di vivere per secoli; rende più chiara la qualità del lavoro che permette di studiarlo.
Il segreto della longevità dello squalo della Groenlandia è quindi una lezione di scala. In un pianeta abituato a misurare risultati trimestrali e notizie di poche ore, questo animale ricorda che la biologia può richiedere centinaia di anni per mostrare le conseguenze di un cambiamento. Difendere il suo habitat significa accettare tempi più lunghi dei nostri, ma perfettamente reali per l’oceano artico.
Che cosa rende lo squalo della Groenlandia diverso dagli altri animali longevi
Il confronto con altri animali aiuta a capire quanto sia particolare questo squalo. La balena della Groenlandia, per esempio, può superare i 200 anni e rappresenta uno dei mammiferi più longevi. La tartaruga gigante può vivere oltre un secolo, mentre alcuni pesci di acque profonde mostrano cicli di vita lunghi. Nessuno di questi casi replica esattamente la combinazione dello squalo artico: crescita lentissima, maturità estremamente tardiva e vita potenziale di diversi secoli.
La longevità non segue una regola semplice legata alle dimensioni. Un elefante vive molto più di un topo, ma alcuni piccoli roditori come il ratto talpa nudo raggiungono età insolite rispetto alla loro taglia. Nei mari profondi esistono organismi longevi perché il freddo e la scarsità energetica selezionano ritmi diversi. Lo squalo della Groenlandia si colloca in questo quadro, ma porta il modello a un livello raro tra i vertebrati.
Una differenza importante riguarda la strategia riproduttiva. Molte specie longeve producono pochi piccoli e investono molto nella sopravvivenza degli adulti. Per lo squalo della Groenlandia i dettagli della riproduzione sono ancora incompleti, perché osservare accoppiamento, gestazione e nascita nelle profondità artiche è difficilissimo. Ciò che appare chiaro è che l’ingresso tardivo nella maturità rende ogni adulto riproduttivo prezioso per la continuità della popolazione.
Questo animale non deve essere trasformato in un simbolo astratto del “vivere lentamente”. Il suo ritmo non è una scelta filosofica, ma il prodotto di milioni di anni di evoluzione in specifiche condizioni fisiche. Se venisse spostato in un acquario tropicale, se esistesse una struttura in grado di ospitarlo senza danni, la sua fisiologia non funzionerebbe allo stesso modo. La sua resistenza appartiene a un ambiente, non a una ricetta esportabile.
La ricerca sulla longevità comparata può però insegnare qualcosa di concreto. Confrontare specie che vivono pochi anni con specie che superano il secolo permette di individuare processi biologici ricorrenti: riparazione molecolare, protezione delle proteine, gestione dell’energia e controllo della proliferazione cellulare. Il valore non sta nello scegliere un “campione dell’immortalità”, ma nel costruire una mappa delle soluzioni che l’evoluzione ha sperimentato.
Per chi legge da casa, l’azione più utile è semplice e verificabile: quando incontra un titolo su uno squalo artico di 500 anni, può risalire allo studio del 2016 e controllare il dato originale. Bastano pochi minuti per distinguere una stima scientifica con margine di errore da un numero lanciato per attirare clic. In questo caso, capire il metodo è già un modo per rispettare l’animale.
Quanto vive davvero lo squalo della Groenlandia?
La stima più citata indica un’età massima di circa 392 anni, con un’incertezza di circa 120 anni. La specie è comunque considerata il vertebrato più longevo conosciuto.
Come fanno gli scienziati a stimare la sua età?
Analizzano il radiocarbonio nel nucleo del cristallino dell’occhio. Quelle proteine si formano all’inizio della vita e conservano informazioni chimiche utili a ricostruire l’epoca di nascita.
Lo squalo della Groenlandia è immortale?
No. Il termine immortalità è una semplificazione giornalistica. L’animale invecchia e muore, ma mostra una longevità eccezionale rispetto agli altri vertebrati.
Perché vive in acque così fredde?
Le acque artiche e subartiche fanno parte del suo adattamento evolutivo. Il freddo, il metabolismo lento e la capacità di usare poca energia contribuiscono al suo particolare stile di vita.
Lo squalo della Groenlandia è protetto?
La specie è classificata come Vulnerabile dalla IUCN. Le principali pressioni includono catture accidentali, pesca storica, cambiamenti climatici e alterazioni dell’ecosistema marino artico.