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Perché Angelo Roncalli, il ‘Papa Buono’, meriterebbe il titolo di Giovanni XXI anziché XXIII?

16 Settembre 2026 14 min de lecture Mis a jour 16 Settembre 2026
Questo articolo è stato generato da un'intelligenza artificiale e pubblicato senza una revisione umana approfondita.

In breve

  • Angelo Roncalli assunse il nome di Giovanni XXIII il 28 ottobre 1958, ma la numerazione dei papi chiamati Giovanni contiene un errore medievale riconosciuto dagli storici.
  • Il pontefice eletto nel 1276 come Giovanni XXI saltò il numero XX perché nella lista tradizionale erano stati contati due papi inesistenti.
  • Seguendo una numerazione corretta, Roncalli sarebbe stato Giovanni XXI, non XXIII.
  • Il titolo ufficiale non è però una semplice operazione aritmetica: pesa la continuità della tradizione della chiesa cattolica e degli atti pontifici già pubblicati.
  • Il Papa Buono è ricordato soprattutto per il concilio Vaticano II, l’ecumenismo, la riforma pastorale e un linguaggio di umanesimo capace di parlare oltre i confini religiosi.

Perché Angelo Roncalli scelse il nome Giovanni XXIII nel 1958

Quando il cardinale Angelo Roncalli venne eletto papa il 28 ottobre 1958, dopo undici scrutini del conclave, aveva 76 anni. Era patriarca di Venezia e portava con sé una lunga esperienza diplomatica maturata in Bulgaria, Turchia, Grecia e Francia. Il nome scelto, Giovanni XXIII, non fu un dettaglio cerimoniale: dichiarava una continuità con una storia antica, complessa e già allora piena di numeri poco lineari.

Roncalli spiegò di voler onorare Giovanni Battista, suo padre, san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista. C’era anche un richiamo diretto a Giovanni XXIII Correr, antipapa del primo Quattrocento, del quale Roncalli aveva studiato la figura durante gli anni veneziani. Il nuovo pontefice sapeva dunque che quel nome aveva attraversato secoli di conflitti, scismi e revisioni delle genealogie papali.

La scelta rese subito familiare la nuova figura del vescovo di Roma. Il soprannome di Papa Buono nacque dal tono diretto, dalla vicinanza mostrata nelle visite alle carceri e agli ospedali e dalla capacità di parlare senza rigidità retorica. Ridurre tutto a una bonomia rassicurante sarebbe però un errore: quel pontificato, durato meno di cinque anni, aprì un cantiere ecclesiale che nessuno poteva liquidare come semplice parentesi.

Un nome tradizionale, ma non neutro

Nella chiesa cattolica il nome pontificale è una scelta personale del nuovo papa, ma il numero che lo accompagna dipende dalle liste storiche disponibili e dalla consuetudine. Nel 1958 l’Annuario Pontificio riportava una successione in cui Giovanni XXIII risultava coerente con la numerazione accettata. Roncalli non inventò quindi il XXIII, né corresse una lista a suo piacimento: adottò il conteggio consolidato dalla Santa Sede.

Il punto curioso è che quel conteggio aveva già incorporato un errore del XIII secolo. La numerazione non funziona come il contatore di un impianto elettrico, dove un’unità in più o in meno segnala subito una lettura sbagliata. È piuttosto una catena di documenti copiati, corretti, interpretati e talvolta contraddetti a distanza di centinaia d’anni.

La fonte istituzionale per i dati biografici fondamentali resta la pagina vaticana dedicata a Giovanni XXIII, che colloca il pontificato fra il 1958 e il 1963. Per la sequenza storica dei pontefici, l’archivio dei Sommi Pontefici della Santa Sede mostra il criterio pratico seguito dalla tradizione contemporanea. Quel criterio conserva Giovanni XXIII come denominazione ufficiale, anche se gli studiosi possono ricostruire diversamente la serie numerica.

Il contrasto tra il numero e la sostanza del pontificato produce un effetto quasi astronomico. Un’etichetta può sembrare fissa, come il nome di una stella in una mappa, mentre dietro quella posizione esiste una storia di osservazioni, cataloghi e rettifiche. Nel caso di Roncalli, il nome ufficiale resta stabile; il ragionamento che porterebbe a chiamarlo Giovanni XXI è altrettanto concreto e merita di essere seguito passo per passo.

L’errore medievale che trasformò Giovanni XXI in un papa senza numero XX

La radice del problema si trova nel 1276. Pietro di Giuliano, portoghese, venne eletto papa e prese il nome di Giovanni XXI. La scelta saltava il numero XX, che non era mai stato usato da un pontefice romano riconosciuto. Per capire il motivo bisogna tornare alle liste compilate nel Medioevo, quando la trasmissione dei dati avveniva tramite manoscritti e le differenze tra un testo e l’altro potevano propagarsi per generazioni.

Alcuni cataloghi avevano inserito nella successione due presunti papi Giovanni fra Giovanni XIV e Giovanni XV. Uno era una duplicazione di Giovanni XIV, pontefice dal 983 al 984; l’altro derivava da una lettura confusa del periodo in cui Giovanni XIV fu imprigionato e morì durante l’usurpazione di Bonifacio VII. La cronologia risultò gonfiata di due unità, come se un archivio tecnico registrasse due volte lo stesso intervento e poi costruisse tutti i calcoli successivi su quella duplicazione.

Con quei due nomi fantasma presenti nella lista, Pietro di Giuliano riteneva di essere il ventunesimo Giovanni. In una sequenza corretta sarebbe stato il diciannovesimo. Il suo numero, tuttavia, entrò nella storia, nelle bolle, nei sigilli e nella memoria ecclesiastica come Giovanni XXI. Da quel momento la numerazione restò spostata.

Perché non esistono papi chiamati Giovanni XX e Giovanni XXII

La situazione è meno intuitiva di quanto appaia. Se Giovanni XXI fu scelto per errore, il numero XX rimase vuoto. Più tardi non comparve neppure un Giovanni XXII, perché l’errore era ormai divenuto tradizione. Quando nel 1958 Roncalli scelse il nome Giovanni, il XXIII era il primo numero libero dopo la serie storicamente accettata, anche se tale serie saltava due posizioni che una ricostruzione rigorosa avrebbe dovuto occupare diversamente.

Pontefice o posizione Numerazione tradizionale Numerazione ricostruita senza duplicazioni Motivo della differenza
Pietro di Giuliano, eletto nel 1276 Giovanni XXI Giovanni XIX Due figure duplicate nelle liste medievali precedenti
Numero XX Non utilizzato Sarebbe stato disponibile nella sequenza corretta Il salto fu mantenuto per consuetudine
Angelo Roncalli, eletto nel 1958 Giovanni XXIII Giovanni XXI La serie ufficiale conserva il conteggio ereditato

La ricostruzione è discussa in opere di riferimento storico come il profilo di Giovanni XXI nell’Enciclopedia dei Papi Treccani. Il dato decisivo non è una leggenda diffusa in rete: il pontefice del 1276 adottò realmente XXI perché i cataloghi disponibili gli attribuivano venti predecessori con quel nome. La documentazione medievale, in questo caso, ha lasciato un’impronta duratura sulla titolatura moderna.

Non si tratta di un caso isolato nella storia dei nomi papali. La numerazione di alcuni Benedetto, Stefano e Felice è stata discussa dagli specialisti, soprattutto quando elezioni contestate, antipapi o decessi precedenti alla consacrazione hanno reso incerta l’inclusione nelle liste. Il caso Giovanni è però il più evidente perché produce due numeri assenti e porta direttamente alla domanda su Angelo Roncalli.

Il conteggio corretto conduce quindi a un risultato netto: se Giovanni XXI del 1276 fosse stato indicato come Giovanni XIX, Roncalli avrebbe potuto essere chiamato Giovanni XXI. Non è una tesi sul valore spirituale del Papa Buono; è una conseguenza aritmetica di un errore documentario antico di circa 682 anni al momento della sua elezione.

Perché Giovanni XXI sarebbe il titolo storicamente più coerente per il Papa Buono

Dire che Angelo Roncalli “meriterebbe” il titolo di Giovanni XXI richiede una precisazione. Non significa affermare che Giovanni XXIII sia un nome abusivo o privo di validità. È il nome ufficiale con cui il pontefice firmò encicliche, convocò il concilio Vaticano II e venne canonizzato il 27 aprile 2014. Significa invece riconoscere che, sul piano della successione numerica depurata dagli errori, XXI è il numero che gli spetterebbe.

La distinzione fra correttezza storica e validità istituzionale evita molte semplificazioni. In ingegneria, una misura corretta dopo anni non cancella automaticamente i progetti costruiti usando un vecchio standard: occorre valutare costi, compatibilità e conseguenze. Nella storia pontificia vale qualcosa di simile. Una rinumerazione retroattiva obbligherebbe a modificare libri liturgici, monumenti, archivi, documenti diplomatici e un patrimonio culturale immenso.

La logica della sequenza ricostruita

La catena è lineare. Si eliminano i due Giovanni non realmente esistiti come pontefici autonomi. Pietro di Giuliano scende da XXI a XIX. Il numero XX torna disponibile, così come XXI. Quando Roncalli viene eletto nel 1958, non dovrebbe dunque trovarsi davanti al XXIII: diventerebbe il ventunesimo papa legittimo ad assumere il nome Giovanni.

Questa ricostruzione non trasforma Roncalli in un pontefice diverso. Il suo posto cronologico resta il medesimo, come resta identica la durata del pontificato, dal 28 ottobre 1958 al 3 giugno 1963. Cambia esclusivamente l’indice numerico, cioè l’etichetta usata per distinguere persone che condividono lo stesso nome. È un particolare, ma nei cataloghi storici i particolari contano perché orientano ricerche, citazioni e letture delle fonti.

Il fatto che il suo predecessore fosse Pio XII e il successore Paolo VI rende il caso meno visibile al pubblico generale. Nessun documento contemporaneo rischia di confondere due Giovanni XXIII in epoche vicine. La confusione emerge quando si guarda indietro lungo quasi un millennio e si scopre che l’ordine non è stato costruito con gli strumenti filologici disponibili oggi.

Il nome Giovanni aveva inoltre un peso particolare. Era stato scelto da oltre venti pontefici secondo le liste tradizionali e richiamava due figure centrali del cristianesimo, il Battista e l’Evangelista. Roncalli lo utilizzò come ponte fra memoria personale e servizio universale. La possibile etichetta di Giovanni XXI non cancellerebbe quel significato, ma renderebbe più trasparente il conto dei predecessori.

La ragione per cui la proposta resta soprattutto storiografica è semplice. La chiesa cattolica non ha un obbligo di correggere ogni imperfezione dei cataloghi antichi quando l’uso ufficiale è consolidato. Le istituzioni non funzionano solo con l’accuratezza dei dati: funzionano anche con la stabilità delle convenzioni. Per questo l’ipotesi “Giovanni XXI” è solida come esercizio storico, mentre “Giovanni XXIII” resta insostituibile nella lingua, nella liturgia e negli atti della Santa Sede.

Chi vuole verificare la questione senza affidarsi a titoli sensazionalistici può confrontare una cronologia papale affidabile con la voce dedicata a Giovanni XXI e osservare i due vuoti, XX e XXII. Bastano dieci minuti e una sequenza scritta su carta: l’anomalia numerica diventa visibile con la stessa chiarezza di una riga mancante in un registro di misure.

Giovanni XXIII e il concilio Vaticano II oltre l’immagine del papa di transizione

La notorietà di Angelo Roncalli non dipende dal numero romano che segue il suo nome. Dipende dalla decisione annunciata il 25 gennaio 1959, appena tre mesi dopo l’elezione, di convocare un concilio ecumenico. Il concilio Vaticano II si aprì l’11 ottobre 1962 e proseguì fino all’8 dicembre 1965, sotto Paolo VI, dopo la morte di Roncalli.

Molti osservatori del 1958 avevano considerato il nuovo papa una figura di transizione. L’età avanzata, la provenienza diplomatica e il carattere pacato sembravano indicare un pontificato breve e prudente. Invece la convocazione del concilio cambiò l’orizzonte della chiesa cattolica nel Novecento. Un papa può apparire mite nella forma e prendere decisioni che spostano strutture, linguaggi e relazioni internazionali.

Ecumenismo, umanesimo e riforma pastorale

Il concilio non nacque come un parlamento chiamato a riscrivere tutto in pochi giorni. Fu un percorso di confronto fra vescovi provenienti da ogni parte del mondo. Roncalli usò il termine aggiornamento, intendendolo come capacità della Chiesa di presentare il messaggio cristiano in una società segnata dalla guerra fredda, dalla decolonizzazione, dalla crescita urbana e dai nuovi mezzi di comunicazione.

L’ecumenismo fu uno dei terreni più visibili. La volontà di dialogare con altre confessioni cristiane non cancellava differenze dottrinali reali, ma rifiutava la logica dell’isolamento. Questo orientamento avrebbe trovato una formulazione conciliare nel decreto Unitatis redintegratio del 1964, approvato dopo la morte di Giovanni XXIII. Il gesto iniziale di Roncalli rese però possibile quel percorso.

Un altro asse fu l’umanesimo cristiano espresso nella sua attenzione alle persone concrete. L’enciclica Pacem in terris, pubblicata l’11 aprile 1963, parlava di pace, diritti e doveri in un mondo minacciato dalla corsa agli armamenti nucleari. Non era rivolta soltanto ai cattolici, ma “a tutti gli uomini di buona volontà”, formula allora tutt’altro che ornamentale. Pochi mesi prima, nell’ottobre 1962, la crisi dei missili di Cuba aveva mostrato quanto il rischio di guerra potesse diventare immediato.

Il testo è disponibile nell’archivio vaticano di Pacem in terris. Leggerlo oggi permette di distinguere il Papa Buono da una figurina devozionale. Il tono è accessibile, ma affronta autorità politica, dignità umana, disarmo e ordine internazionale con una precisione che non coincide con la semplice gentilezza.

La riforma avviata da Giovanni XXIII non va nemmeno descritta come un comando individuale capace di risolvere ogni tensione. Il Vaticano II produsse dibattiti, applicazioni differenti e conflitti che attraversano ancora il cattolicesimo. Eppure il suo merito storico consiste nell’aver aperto una porta che il modello del papa “di passaggio” avrebbe dovuto lasciare chiusa.

Il nome XXI o XXIII non modifica questa eredità. Aiuta però a capire un fatto utile anche fuori dalla storia religiosa: le definizioni pubbliche possono essere imperfette, mentre i fatti verificabili restano. Roncalli convocò un concilio, pubblicò otto encicliche durante il pontificato e impresse alla chiesa cattolica una direzione che superò largamente la sua breve permanenza sul soglio pontificio.

Perché la chiesa cattolica conserva Giovanni XXIII e non rinumera Angelo Roncalli

La soluzione ufficiale è conservativa. Angelo Roncalli è Giovanni XXIII nei documenti della Santa Sede, nella canonizzazione, nell’uso liturgico, nei manuali scolastici e nella memoria collettiva. Cambiare oggi il titolo non renderebbe più vera la sua biografia. Creerebbe, al contrario, una doppia denominazione destinata a complicare archivi già vastissimi.

La tradizione ecclesiastica ha spesso trattato la numerazione papale come una convenzione storica, non come una formula matematica da aggiornare automaticamente. Un numero errato può restare in uso se è stato adottato per secoli e se correggerlo produce più ambiguità di quanta ne risolva. Il precedente di Giovanni XXI pesa qui più della ricostruzione moderna: da oltre sette secoli quel nome identifica Pietro di Giuliano senza incertezze operative.

Antipapi, scismi e numeri che raccontano una storia

La difficoltà aumenta quando entrano in gioco gli antipapi. Durante il Grande Scisma d’Occidente, fra 1378 e 1417, più pretendenti rivendicarono contemporaneamente la guida della Chiesa. Giovanni XXIII Correr, eletto a Pisa nel 1410, viene oggi classificato come antipapa. Roncalli scelse comunque il numero XXIII, non perché lo considerasse un predecessore pienamente legittimo, ma perché quel numero era libero nella sequenza dei papi romani ufficiali dopo il salto generato nel 1276.

Il caso mostra che la numerazione non equivale a una graduatoria morale. Non attribuisce maggiore o minore valore a un pontefice, né certifica automaticamente ogni figura inserita nelle cronologie antiche. Serve a orientarsi, e basta poco perché una funzione di orientamento diventi più resistente di una rettifica teoricamente impeccabile.

Una modifica retroattiva avrebbe conseguenze materiali. Bisognerebbe scegliere se rinominare tutte le opere dedicate a Giovanni XXIII, come l’enciclica Mater et Magistra del 1961, oppure se mantenere la forma tradizionale nei titoli e inserire rinvii ovunque. Biblioteche, banche dati, musei e archivi digitali gestirebbero due riferimenti per la stessa persona. Per un ricercatore esperto è gestibile; per chi cerca informazioni rapide può diventare una fonte inutile di errori.

La risposta più precisa alla domanda del titolo è quindi doppia. Angelo Roncalli sarebbe Giovanni XXI secondo una ricostruzione numerica che elimina due duplicazioni medievali. Resta Giovanni XXIII perché la chiesa cattolica ha mantenuto la numerazione tradizionale resa ufficiale dall’uso secolare. Le due affermazioni non si escludono, perché si riferiscono a due criteri differenti.

La storia del Papa Buono invita a maneggiare con cura le certezze facili. Il soprannome affettuoso non basta a spiegare la sua azione; il numero pontificale non basta a definire la sua identità. Dietro Giovanni XXIII c’è un uomo nato a Sotto il Monte il 25 novembre 1881, eletto nel 1958, morto nel 1963 e capace di avviare un processo conciliare che resta centrale per milioni di credenti e per la storia europea del Novecento.

Per verificare il tema in modo concreto, cerca nelle fonti storiche la sequenza da Giovanni XIV a Giovanni XXI e annota i due pontefici duplicati. Quel piccolo controllo separa una curiosità da social da una questione documentaria reale, senza togliere nulla alla figura storica di Roncalli.

Angelo Roncalli era davvero il ventunesimo papa di nome Giovanni?

Secondo una ricostruzione storica che elimina due duplicazioni nelle liste medievali, sì: Roncalli sarebbe stato Giovanni XXI. La denominazione ufficiale resta però Giovanni XXIII, adottata al momento dell’elezione nel 1958 e mantenuta dalla Santa Sede.

Perché papa Giovanni XXI non si chiamò Giovanni XIX?

Pietro di Giuliano, eletto nel 1276, seguì cataloghi che contavano per errore due papi Giovanni in più. Ritenne quindi di essere il ventunesimo e scelse Giovanni XXI, lasciando inutilizzato il numero XX.

Esiste un papa Giovanni XX?

No. Il numero XX non è mai stato adottato da un papa romano. L’assenza deriva dal salto compiuto nel 1276 quando Pietro di Giuliano divenne Giovanni XXI.

Che cosa fece Giovanni XXIII durante il suo pontificato?

Convocò il concilio Vaticano II, aperto l’11 ottobre 1962, promosse il dialogo ecumenico e pubblicò, tra le altre, l’enciclica Pacem in terris l’11 aprile 1963. Il suo pontificato durò dal 28 ottobre 1958 al 3 giugno 1963.