Nel linguaggio della cronaca, Sunniti, Sciiti e Wahhabiti vengono spesso messi nello stesso contenitore, come se indicassero tre gruppi equivalenti e contrapposti. Non è così. I primi due termini descrivono le maggiori tradizioni nate nella storia dell’Islam, mentre il wahhabismo è un movimento riformatore sorto molto più tardi nella penisola arabica. Per orientarsi servono date, parole usate nel loro significato preciso e una distinzione netta tra fede religiosa, storia politica e violenza compiuta da gruppi che usano simboli islamici.
In breve, questi sono i punti che aiutano a leggere notizie, libri e discussioni senza confondere piani diversi.
- I Sunniti rappresentano la maggioranza dei musulmani nel mondo e riconoscono il valore della Sunna, cioè l’esempio del profeta Muhammad.
- Gli Sciiti pongono al centro la guida spirituale e religiosa della famiglia del Profeta, in particolare di ʿAlī e degli Imam.
- I Wahhabiti appartengono all’area sunnita, ma seguono un indirizzo riformatore nato nel XVIII secolo nell’Arabia centrale.
- Il Corano è il testo sacro dell’Islam, mentre gli Hadith raccolgono tradizioni attribuite al Profeta e hanno un peso diverso nelle varie scuole.
- Parole come Sharia, Califfato e Islamismo non sono sinonimi e vanno collocate nel loro contesto storico, giuridico o politico.
Sunniti e Sciiti: da quale divisione storica nasce l’Islam contemporaneo
La divisione tra Sunniti e Sciiti risale al 632, anno della morte del profeta Muhammad. Il nodo iniziale non riguardava la fede in Dio, il Corano o la preghiera quotidiana. Riguardava la guida della comunità musulmana, chiamata Umma, in una fase in cui religione, governo e organizzazione sociale erano strettamente intrecciati.
Una parte della comunità riconobbe Abū Bakr, compagno del Profeta, come primo califfo. Da qui si sviluppò la tradizione sunnita. Un’altra parte riteneva invece che la guida dovesse spettare a ʿAlī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero di Muhammad, sposato con sua figlia Fāṭima. Da questa posizione nacque lo sciismo: il termine deriva da shīʿat ʿAlī, cioè “partito” o “seguaci di ʿAlī”.
Il contrasto iniziale divenne più profondo con gli eventi politici del VII secolo. ʿAlī fu il quarto califfo, tra il 656 e il 661, ma il suo governo fu segnato da conflitti interni. Dopo la sua morte, la frattura non scomparve. Nel 680, a Karbala, nell’attuale Iraq, Ḥusayn ibn ʿAlī, figlio di ʿAlī e nipote del Profeta, fu ucciso insieme a molti dei suoi compagni dalle forze del califfo omayyade Yazīd.
Per gli Sciiti, Karbala non è solo un episodio del passato. È una memoria religiosa e morale che richiama la resistenza contro l’ingiustizia e l’abuso del potere. Durante l’Ashura, celebrata il decimo giorno del mese di Muharram, molte comunità sciite ricordano il martirio di Ḥusayn con cerimonie, processioni e momenti di lutto. Le pratiche cambiano da Paese a Paese: in Iraq, Iran, Libano, India e Pakistan le forme pubbliche possono essere molto diverse.
I Sunniti non ignorano Ḥusayn né la tragedia di Karbala. Lo considerano un membro rispettato della famiglia del Profeta. La differenza riguarda il ruolo attribuito alla discendenza di Muhammad nella guida legittima della comunità. Nel sunnismo il califfo è, in linea teorica, un responsabile politico scelto attraverso consenso, accordo o altre forme storiche di investitura. Nello sciismo duodecimano, la corrente sciita più numerosa, l’Imam è una guida con una speciale autorità spirituale e interpretativa.
Le cifre aiutano a non deformare la mappa. Il Pew Research Center stimava nel 2009 che i Sunniti costituissero circa l’87-90% dei musulmani nel mondo, mentre gli Sciiti rappresentassero circa il 10-13%. Le maggioranze sciite sono concentrate soprattutto in Iran, Iraq, Azerbaigian e Bahrein. Comunità sciite rilevanti vivono anche in Libano, Yemen, Pakistan, India, Afghanistan e nei Paesi del Golfo.
Ridurre questa realtà a una contrapposizione rigida produce errori. Un musulmano sunnita indonesiano, uno sciita iracheno e un sunnita marocchino condividono pilastri fondamentali della fede, ma abitano culture, ordinamenti e storie locali differenti. Anche i rapporti tra le comunità cambiano molto: esistono luoghi segnati dalla convivenza quotidiana, accanto a Paesi in cui la rivalità politica ha alimentato discriminazioni e conflitti.
La distinzione va quindi letta come una biforcazione storica con conseguenze teologiche, giuridiche e politiche. Non è una scorciatoia per capire automaticamente guerre, elezioni o identità nazionali di tutto il Medio Oriente.

Corano, Hadith e Sunna: le fonti condivise e le differenze di interpretazione
Il Corano è il testo sacro dell’Islam. Per i musulmani raccoglie la rivelazione che Dio ha trasmesso a Muhammad in lingua araba tra il 610 e il 632. È composto da 114 sure, cioè capitoli di lunghezza diversa. Sunniti e Sciiti condividono il medesimo testo coranico, un dato che viene spesso oscurato da rappresentazioni semplificate delle loro differenze.
Accanto al Corano, nella tradizione islamica hanno un ruolo centrale gli Hadith. Sono racconti che riportano parole, azioni, silenzi approvanti o comportamenti attribuiti al Profeta. La Sunna, letteralmente “consuetudine” o “via”, indica l’esempio profetico ricostruito attraverso queste tradizioni. Nel sunnismo, il riferimento alla Sunna è così rilevante da dare il nome alla corrente: Ahl al-Sunna wa-l-Jamāʿa, “la gente della tradizione e della comunità”.
Gli Hadith non formano un blocco unico. Fin dai primi secoli gli studiosi hanno valutato le catene di trasmissione, chiamate isnād, per distinguere tradizioni considerate affidabili, deboli o inventate. Le grandi raccolte sunnite, come quelle attribuite ad al-Bukhārī e Muslim, hanno un peso particolare nella formazione del diritto e della teologia sunnita. Gli Sciiti duodecimani utilizzano raccolte proprie, nelle quali assumono rilievo anche gli insegnamenti trasmessi dagli Imam della famiglia del Profeta.
Questo non significa che ogni musulmano consulti manuali di Hadith prima di prendere una decisione quotidiana. Nella vita concreta entrano in gioco famiglia, scuola giuridica, autorità religiose locali, tradizioni nazionali e leggi dello Stato. La religione vissuta non è un diagramma pulito: assomiglia più a una rete di pratiche che si sono formate in secoli e continenti diversi.
Sharia e fiqh non indicano la stessa cosa
La parola Sharia viene spesso tradotta con “legge islamica”, ma la traduzione può essere fuorviante se fa pensare a un solo codice identico per tutti. In senso religioso, Sharia richiama il cammino indicato da Dio. Il fiqh è invece il lavoro umano di interpretazione giuridica: studio delle fonti, confronto tra casi, elaborazione di norme e pareri.
Nel sunnismo si sono consolidate quattro principali scuole giuridiche: hanafita, malikita, shafiita e hanbalita. Non sono quattro religioni differenti. Possono però arrivare a soluzioni diverse su questioni di rito, commercio, famiglia o alimentazione. La scuola hanafita, per esempio, è storicamente diffusa in Turchia, nei Balcani e nell’Asia meridionale; quella malikita è radicata nel Nord Africa e in ampie zone dell’Africa occidentale.
Nel mondo sciita duodecimano è molto diffusa la scuola jaʿfarita, legata all’Imam Jaʿfar al-Ṣādiq, morto nel 765. Il suo metodo giuridico considera con particolare attenzione le tradizioni provenienti dagli Imam. Parlare di Sharia senza dire quale Paese, quale scuola e quale materia si stia discutendo è come parlare di “legge europea” senza distinguere tra diritto civile, penale, costituzioni nazionali e regolamenti locali.
Le interpretazioni hanno conseguenze visibili anche nell’architettura delle istituzioni religiose. Nel sunnismo non esiste un clero universale paragonabile a una gerarchia centrale. Imam può indicare anzitutto chi guida la preghiera in moschea. Nello sciismo duodecimano, invece, il termine Imam designa prima di tutto le guide della discendenza di ʿAlī, e gli studiosi religiosi contemporanei possono avere un’autorità più strutturata.
Per seguire la differenza tra calendario civile e calendario religioso, o per verificare date che ricorrono nei dibattiti pubblici italiani, può essere utile confrontare anche la data di oggi nel calendario ordinario. Il calendario islamico è lunare e dura circa 354 giorni, quasi 11 in meno rispetto a quello gregoriano. Ramadan, Ashura e altre ricorrenze si spostano quindi ogni anno rispetto alle stagioni italiane.
Le fonti religiose non funzionano come un interruttore che produce una sola risposta. Corano, Hadith, ragionamento giuridico e contesto storico sono elementi che studiosi e comunità hanno combinato in modi differenti, spesso con risultati più sfumati di quelli mostrati nei titoli dei notiziari.
Wahhabiti e wahhabismo: origine in Arabia e rapporto con il sunnismo
Wahhabiti è un termine usato per indicare i seguaci di Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb, studioso religioso nato nel 1703 nella regione del Najd, nell’Arabia centrale. Il movimento nacque nel XVIII secolo e non coincide con l’intero sunnismo. Definirlo semplicemente “Islam sunnita” è quindi impreciso quanto chiamare tutti i cristiani con il nome di una singola corrente protestante.
Ibn ʿAbd al-Wahhāb sosteneva un ritorno rigoroso al monoteismo, il tawḥīd, e criticava pratiche che riteneva estranee alla purezza del culto. Tra queste includeva l’invocazione di santi, alcune visite devozionali alle tombe e rituali popolari diffusi in diverse aree musulmane. I suoi avversari contestarono sia la severità di queste posizioni sia l’uso di accuse religiose contro altri musulmani.
Nel 1744 si stabilì un’alleanza tra Ibn ʿAbd al-Wahhāb e Muḥammad ibn Saʿūd, capostipite della dinastia saudita. La collaborazione tra predicazione religiosa e potere politico ebbe effetti duraturi. Attraverso le successive fasi dello Stato saudita, questa interpretazione acquistò influenza nella penisola arabica e poi, soprattutto nel XX secolo, ben oltre i suoi confini.
Il termine “wahhabita” viene usato spesso dall’esterno e talvolta con valore polemico. Molti aderenti preferiscono parlare di salafismo, richiamandosi ai salaf, le prime generazioni di musulmani ritenute esemplari. Anche qui serve precisione: salafismo e wahhabismo non sono perfettamente sovrapponibili. Esistono correnti salafite diverse, alcune concentrate sullo studio e sulla pratica religiosa, altre impegnate nella politica, altre ancora coinvolte in forme violente di militanza.
Il legame tra wahhabismo e Arabia Saudita è storico, ma non autorizza a descrivere ogni cittadino saudita come wahhabita o ogni musulmano conservatore come seguace di Ibn ʿAbd al-Wahhāb. Le società reali sono più complesse delle etichette. Nel regno saudita convivono orientamenti religiosi differenti, trasformazioni sociali, decisioni statali e interessi geopolitici che non possono essere compressi in una parola sola.
| Termine | Che cosa indica | Origine storica | Errore da evitare |
|---|---|---|---|
| Sunniti | La maggiore tradizione dell’Islam | VII secolo, dopo la morte di Muhammad | Scambiarli per un gruppo politico uniforme |
| Sciiti | Tradizioni che riconoscono un ruolo centrale alla famiglia di ʿAlī | VII secolo, con sviluppo successivo di varie correnti | Ridurre lo sciismo all’Iran |
| Wahhabiti | Movimento riformatore sunnita legato a Ibn ʿAbd al-Wahhāb | Najd, XVIII secolo | Usarlo come sinonimo di tutti i Sunniti |
| Salafiti | Correnti che richiamano le prime generazioni musulmane | Sviluppi moderni e contemporanei diversi | Identificarli automaticamente con gruppi armati |
La discussione sul wahhabismo diventa spesso confusa quando si sovrappongono dottrina, finanziamenti religiosi, politica estera e terrorismo. Sono piani collegati in alcuni momenti storici, ma non identici. Un’analisi seria deve verificare chi parla, in quale Paese, con quali testi e con quale rapporto effettivo con il potere.
La definizione corretta non assolve né condanna automaticamente nessuno. Serve a capire che il wahhabismo è una corrente specifica, nata in un luogo e in un’epoca precisi, dentro il più vasto universo sunnita.
Imam, Califfato e autorità religiosa nell’Islam: parole uguali, significati diversi
Imam è una delle parole più fraintese quando si parla di Islam in italiano. Nell’uso sunnita comune, l’imam è la persona che guida la preghiera collettiva. Può essere un uomo con formazione religiosa, ma non è necessariamente un capo spirituale con poteri assoluti. In molte moschee europee svolge anche compiti educativi, sociali e di mediazione, spesso molto oltre il momento della preghiera.
Nello sciismo duodecimano, l’Imam ha un significato molto più specifico. Gli Imam sono guide della comunità appartenenti alla famiglia del Profeta attraverso ʿAlī e Fāṭima. I duodecimani riconoscono dodici Imam. Il dodicesimo, secondo la loro dottrina, è entrato in occultamento nel IX secolo e tornerà alla fine dei tempi come Mahdi, figura di giustizia attesa anche in altre tradizioni islamiche con interpretazioni diverse.
Questa differenza modifica la struttura dell’autorità. Nello sciismo duodecimano, studiosi di alto grado possono essere seguiti come fonti di emulazione religiosa, chiamate marjaʿ. In Iran, il sistema politico nato dopo la rivoluzione del 1979 ha attribuito alla guida suprema un ruolo istituzionale particolare, fondato sulla dottrina della tutela del giurisperito. Questo modello non rappresenta tutti gli Sciiti del mondo e non coincide con l’insieme dello sciismo.
Il Califfato tra storia, simbolo e propaganda
Il Califfato fu storicamente una forma di guida politica della comunità musulmana. I primi quattro califfi, detti “ben guidati” nella tradizione sunnita, governarono dal 632 al 661. Seguirono i califfati omayyade, abbaside e, in seguito, altre dinastie e istituzioni che usarono il titolo in contesti molto differenti.
L’ultimo califfato generalmente riconosciuto in senso istituzionale fu quello ottomano, abolito dalla Repubblica di Turchia nel 1924. Tra il califfato degli Abbasidi a Baghdad, concluso nel 1258 con la conquista mongola, e l’istituzione ottomana del XX secolo passano secoli di trasformazioni. Parlare del Califfato come di un unico Stato continuo è storicamente sbagliato.
Gruppi jihadisti contemporanei hanno tentato di appropriarsi del termine per legittimare progetti di potere violento. Lo Stato Islamico proclamò un proprio “califfato” nel giugno 2014, controllando allora porzioni di territorio in Siria e Iraq. Quella proclamazione non ottenne riconoscimento dalla grande maggioranza delle autorità musulmane nel mondo, né rese il gruppo rappresentativo dell’Islam.
Qui entra in gioco un’altra parola che richiede cura. Jihad significa letteralmente “sforzo”. Può indicare l’impegno personale nella fede, il lavoro per migliorare sé stessi e, in alcune elaborazioni giuridiche storiche, anche il combattimento regolato da condizioni specifiche. Tradurlo sempre con “guerra santa” cancella questa pluralità. Negare che gruppi armati abbiano usato il termine per giustificare violenze sarebbe però altrettanto falso.
La propaganda funziona proprio sfruttando parole cariche di prestigio storico. Il lettore può fare una verifica semplice quando incontra termini come Imam, jihad o Califfato: controllare se l’articolo spiega il contesto, indica un periodo e distingue una rivendicazione di un gruppo dalla fede di quasi due miliardi di persone.
Le parole religiose diventano strumenti politici quando vengono estratte dalla loro storia. Restituire loro date, differenze interne e significati concreti riduce lo spazio delle semplificazioni interessate.
Islam e Islamismo: perché fede religiosa e progetto politico non coincidono
Islam indica una religione monoteista praticata da circa 1,9 miliardi di persone nel mondo, secondo le stime demografiche più citate negli studi internazionali degli anni 2020. Comprende credenze, pratiche di culto, scuole di pensiero, tradizioni culturali e comunità distribuite dall’Asia sudorientale all’Africa occidentale, dall’Europa alle Americhe. Non esiste un’unica cultura musulmana, così come non esiste un’unica esperienza sociale dei suoi fedeli.
Islamismo indica invece un insieme di correnti politiche moderne che sostengono un ruolo diretto dell’Islam nell’organizzazione dello Stato e della società. Il termine è discusso, perché racchiude movimenti molto distanti tra loro. Alcuni partecipano alle elezioni e operano dentro sistemi costituzionali; altri rifiutano il pluralismo e perseguono obiettivi autoritari; una minoranza ha scelto la lotta armata.
La distinzione non è un dettaglio linguistico. Chiamare “islamista” una persona solo perché prega, digiuna durante Ramadan o porta un velo significa trasformare una pratica religiosa in un’etichetta politica. Al contrario, ignorare l’esistenza di movimenti islamisti quando agiscono nella politica di un Paese impedisce di descrivere bene la realtà. Le due confusioni producono entrambe cattiva informazione.
Le dinamiche tra Sunniti e Sciiti sono spesso presentate come la chiave unica delle crisi in Medio Oriente. In Iraq, Siria, Yemen, Libano e Bahrein le appartenenze confessionali contano, ma si intrecciano con confini coloniali, risorse energetiche, rivalità regionali, disuguaglianze economiche, presenza di potenze straniere e interessi delle élite locali. Un conflitto non diventa comprensibile aggiungendo due etichette religiose a una cartina.
Un caso evidente è la rivalità tra Arabia Saudita e Iran. Il primo Paese è a maggioranza sunnita e il secondo è a maggioranza sciita duodecimana, ma la loro competizione riguarda anche sicurezza regionale, controllo delle rotte marittime, influenza diplomatica, petrolio e alleanze militari. La religione è una componente importante della loro legittimazione pubblica; non è l’unico motore delle scelte di Stato.
In Italia, le comunità musulmane sono a loro volta plurali. Possono avere origini familiari in Marocco, Albania, Egitto, Senegal, Pakistan, Bangladesh, Tunisia, Bosnia, Iran o altri Paesi. La lingua parlata in casa, il percorso migratorio, la generazione e il quartiere di residenza incidono spesso quanto l’appartenenza a una tradizione religiosa. La categoria “musulmani” è utile solo come primo orientamento, non come descrizione completa di persone reali.
Anche le date aiutano a sottrarsi alle scorciatoie. Il mese di Ramadan segue il calendario lunare e cade ogni anno in un periodo gregoriano diverso. Per chi vuole collocare una ricorrenza senza affidarsi a calcoli approssimativi, resta utile verificare il giorno corrente e la sua posizione nel calendario, ricordando che l’inizio dei mesi islamici può dipendere dall’osservazione della luna o da criteri astronomici adottati dalle singole comunità.
Quando un servizio televisivo usa Sunniti, Sciiti, Wahhabiti, Islamismo o Sharia, il controllo più utile è cercare il livello dell’affermazione. Sta parlando di una credenza, di una scuola giuridica, di un governo, di una milizia o di una comunità locale? Senza questa separazione, la parola più rumorosa finisce per coprire tutte le altre.
Sunniti e Sciiti seguono lo stesso Corano?
Sì. Sunniti e Sciiti condividono il Corano come testo sacro dell’Islam. Le differenze riguardano soprattutto la successione dopo Muhammad, il ruolo degli Imam, le raccolte di Hadith e alcuni metodi di interpretazione giuridica.
I Wahhabiti sono tutti terroristi?
No. Il wahhabismo è un movimento riformatore sunnita nato nel XVIII secolo in Arabia. Alcuni gruppi violenti hanno richiamato interpretazioni salafite, ma non è corretto attribuire il terrorismo a ogni persona o comunità associata al wahhabismo.
Che differenza c’è tra Imam sunnita e Imam sciita?
Nel sunnismo, imam indica spesso chi guida la preghiera in moschea. Nello sciismo duodecimano, gli Imam sono guide spirituali della discendenza di ʿAlī e Fāṭima, con un ruolo teologico specifico.
La Sharia è un unico codice di leggi?
No. Sharia indica in senso ampio il cammino religioso indicato da Dio, mentre il fiqh è l’interpretazione umana delle norme. Scuole giuridiche, Paesi e contesti storici hanno prodotto applicazioni differenti.